Diocesi
Concordia: patrono e Medaglie di Santo Stefano
Lunedì 3 agosto, in Cattedrale Santo Stefano a Concordia Sagittaria, nell’occasione della ricorrenza del patrono (rinvenimento reliquie del primo martire della Chiesa), si è tenuta la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo, S.E. mons. Giuseppe Pellegrini, presente il parroco don Natale Padovese unitamente a tanti sacerdoti e diaconi diocesani . Da alcuni anni inoltre (2021) è questa la giornata in cui il Vescovo conferisce la onorificenza delle Medaglie di Santo Stefano, un riconoscimento che va a coloro che – segnalati dai propri parroci – si sono posti a servizio della chiesa locale e della diocesi. Un modo per ringraziare chi con generosità si dedica costruttivamente, gratuitamente e con costanza alle comunità parrocchiali.
Insigniti 2026: motivazioni
Per il 2026 sono stati insigniti:
Enrico Drigo di Azzano Decimo, Angelo Moretto di Concordia, la coppia Adriano Pellegrini e Maria Assunta Muzzin di San Giovanni di Casarsa e Mavi Valeri di Chions.
Queste le motivazioni rese note nel corso della gioiosa cerimonia.
Enrico Drigo: “Per essersi preso cura con spirito di servizio e dedizione dell’Oratorio “Don Bosco” di Azzano Decimo, assumendo anche la responsabilità del Noi parrocchiale e testimoniando la sua passione educativa nei confronti delle giovani generazioni”.
Angelo Moretto: “Per essersi fatto sensibile interprete delle necessità dellla comunità cristiana di Concordia, adoperandosi in numerose iniziative tese alla valorizzazione del suo patrimonio socio-culturale”.
Adriano Pellegrini e Maria Assunta Muzzin: “Per essersi distinti nella Comunità Cristiana per il generoso servizio offerto a favore del prossimo in particolare nel volontariato svolto all’interno della Casa di Riposo di San Vito al Tagliamento”.
Mavi Valeri: “Per il servizio che dura da 30 anni nel prendersi cura della Chiesa parrocchiale di San Giorgio Matire in Chions”.
OMELIA
Nella sua omelia il Vescovo Giuseppe Pellegrini ha messo al centro la figura di Santo Stefano e la ha legata al concetto dello spirito di servizio per la comunità, legando così non solo idealmente ma sostanzialmente il significato della vita donata del primo martire con quella della dedizione alla parrocchia e alla comunità dei nuovi insigniti.
Ha infatti ricordato: “Essere una Chiesa aperta al nuovo, con lo sguardo di Stefano, ci porta a guardare il nostro mondo, e le nostre comunità non solo con gli occhi della fatica e dello scoraggiamento per quello che non funziona, ma a sentire una Chiesa più leggera, più essenziale, più profetica, meno legata al potere e all’apparire e più vicina al Signore e alle necessità della vita reale delle persone. Usciamo, allora, da questa celebrazione, con la gioia nel cuore e con il desiderio di esser una Chiesa in uscita, dal volto giovane, piena di amore e di fortezza, capace di dialogare con tutti e che non si stanca mai di servire i poveri. La Chiesa in uscita non ha paura del nuovo perché sa che lo Spirito Santo è già all’opera nel mondo, anche fuori dai nostri recinti. Stefano non ha avuto paura del confronto e della discussione, nè ha avuto paura della modernità, perché la sua sicurezza non stava nelle strutture umane, ma nella stabilità della Parola di Dio e nella certezza che il Risorto è sempre pronto a sostenerci.”
Non solo:la legato l’esempio operoso e di fede di Santo Stefano al nuovo anno pastorale e all’anniversario del terremoto: “Fra un mese, il 13 di settembre, nel pomeriggio a Spilimbergo, nel fare memoria dei 50 anni del terremoto che ha distrutto tante comunità del territorio della nostra diocesi, daremo inizio al nuovo anno pastorale, che ci vedrà tutti coinvolti ad essere più coraggiosi nell’accogliere il progetto di Dio su di noi, come ha fatto Maria, e ad annunciare e testimoniare, sull’esempio di santo Stefano una Chiesa che si mette a servizio dei poveri con la stessa dignità con cui proclama il Vangelo.
Lo slogan che ho scelto per la Lettera pastorale “Liberi per amare e servire”, ci ricorda che per amare e servire come Gesù è necessario avere un cuore libero da ogni forma di chiusura, nella consapevolezza che non ci si libera dal superfluo per restare vuoti, né si cammina verso il futuro senza una bussola: siamo liberi da ciò che ci ingombra per amare come Gesù e fare della nostra vita un dono d’amore per gli altri.
La carità del diacono Stefano non era puro assistenzialismo, ma atto profetico che ha generato un nuovo stile di vita. Anche noi siamo stimolati a superare il ‘si è sempre fatto così’ riscoprendo tutti quei germogli di amore e di carità che sono presenti nelle nostre comunità, superando le critiche e le indifferenze del mondo come ha fatto santo Stefano: amandolo, soffrendo per esso e offrendo vicinanza proprio là dove ci sono ferite, rifiuto e incomprensioni”.
Ha sottolineato pure la fede che muove i passi di Stefano, quella stessa che non lo ha retrocedere dalla prova che affronta alzando invece gli occhi al cielo: “Non ci troviamo solamente per celebrare un anniversario ma per confermare e rafforzare la nostra fede, sostenuti dalla testimonianza viva di santo Stefano che ci parla ancora di qualcosa di vivo e bruciante, capace di scuotere il nostro presente. (…) Il brano tratto dagli Atti degli Apostoli ci presenta Stefano, uomo “pieno di grazia e di potenza faceva grandi prodigi e segni tra il popolo” (Atti 6,8). C’è un dettaglio che ci sfugge: Stefano non è uno dei Dodici apostoli ma uno che si occupava della carità quotidiana perché nessuno fosse trascurato, specialmente le vedove e gli stranieri. Servizio che la Chiesa ha riconosciuto nel ministero del diaconato”. Quando gli oppositori vengono per discutere con lui, lui non si nasconde, non scappa, non rifiuta il confronto, ma lo accetta, con un linguaggio che tocca il cuore (…) Mentre gli altri si infuriano, lui “fissando il cielo vide le gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio” (v. 55). Carissimi, questo è il segreto di tutta la vita cristiana, il cuore pulsante di una Chiesa discepola e missionaria. Stefano ha gli occhi fissi al cielo, ma i piedi piantati per terra, in una terra che lo sta accusando e lapidando. Questa è la novità che il cristianesimo è chiamato a portare nel mondo: saper vedere l’invisibile dentro le contraddizioni della storia. Stefano ha visto accanto al Padre Gesù, il vivente, che si prende cura, che prede le difese e che partecipa alla lotta del suo testimone. Gesù non è un sovrano distante e che da lontano assiste allo spettacolo del nostro soffrire; è accanto a noi, soffre con noi e ci sostiene quando ci esponiamo per Lui e il Vangelo”.