Pordenonelegge
Le ali dell’Africa. Istantanee da un continente che cambia
Nairobi rappresenta la sintesi dei contrasti africani. Nel cuore della megalopoli ci sono i grandi grattacieli moderni e i centri commerciali dove non manca niente. A qualche chilometro in linea d’aria ci s’impantana nell’inferno di Korogocho, Kibera, Mathare, tre delle numerose baraccopoli che inghiottono almeno due milioni di esseri umani. Da una parte tanto, dall’altra niente. È la stessa città di oltre cinque milioni di abitanti che si sdoppia, evidenziando dinamiche molto diverse, al pari di gran parte del continente. Allora è meglio declinare le Afriche al plurale per indicare un mosaico di situazioni eterogenee.
Il dualismo di Nairobi è la metafora dello squilibrio. Il libro di Alberto Magnani, “Le ali dell’Africa” edito dal Mulino, è un insieme di istantanee che raccontano i paradossi di un gigante pieno di potenzialità e miserie. Un continente di un miliardo e mezzo di persone proiettato al raddoppio nei prossimi decenni.
Ho incontrato Alberto Magnani recentemente a Nairobi, in occasione di un mio viaggio umanitario. Lui, giornalista veronese, dall’inizio dell’anno è di casa nella capitale del Kenya. Il “Sole 24 Ore” l’ha inviato come corrispondente, dopo varie esperienze africane. Ha aperto in Kenya il suo osservatorio, pronto ad andare dove i fatti attirano di più l’attenzione. Di fatto, Magnani occupa una postazione di piccola vedetta veneta nelle prime linee dei cambiamenti.
Il tema centrale del libro è quello delle profonde disuguaglianze dentro le quali si macera un buon 60-70 per cento delle popolazioni costrette a sopravvivere con poco più di un paio di dollari al giorno. Sono situazioni di tremende ingiustizie sociali. Eppure le Afriche hanno in corpo ricchezze naturali straordinarie, così tante da sostenere, almeno come provocazione, «che non c’è motivo per la permanenza di larghe sacche di povertà estrema». Anche perché le economie non sono ferme, anzi macinano indici di crescita talvolta a doppia cifra.
Il problema sta nella distribuzione delle ricchezze. «Coloro che non crescono nella complessità – avverte l’autore – sono gli africani, a eccezione di quelli che rientrano nelle cosiddette élite o almeno nelle fasce medio alte delle persone. I più restano schiacciati da tassi di povertà e disoccupazione molto elevati». Questi sono i guasti eterni che neanche la rottura con il colonialismo è riuscita a ridurre.
Con un racconto incalzante lungo 240 pagine, Magnani tiene unite le situazioni di miseria con le enormi potenzialità di crescita. Descrive con l’abilità di reporter la convivenza degli hub tecnologici di Lagos (in Nigeria) e di Nairobi (in Kenya) con i villaggi rurali sprovvisti di corrente elettrica. L’innovazione, sostenuta anche da straordinarie start up nate in settori strategici, è per lo più circoscritta alle città non trovando la forza di scalfire un’agricoltura di sussistenza. Non basta però parlare di urbanizzazione come panacea di ogni arretratezza, perché la corsa verso le megalopoli finisce spesso nelle baraccopoli. Inoltre, anche l’espansione arrembante della digitalizzazione nelle Afriche attizza nuove forme di colonialismo. E mentre quello tradizionale mirava alle risorse naturali, quello digitale si appropria dei dati sensibili (compresi quelli sanitari) aggredendo la sfera della privacy. Anche l’intelligenza artificiale eleva i rischi di forti condizionamenti in popolazioni fragili a causa degli scarsi livelli di istruzione.
Il filo conduttore del libro è rappresentato dai giovani che, in situazioni così precarie, hanno particolare fame di futuro. Mentre l’Occidente invecchia, l’età media delle popolazioni africane è inferiore ai vent’anni. Le nuove generazioni non trovano però sbocchi professionali. Magnani riporta dati chiari: a fronte di una massiccia entrata delle nuove leve nel mercato del lavoro (12/13 milioni l’anno) la creazione di posti è sottodimensionata (non più di 3 milioni).
Che accade? L’analisi mette in contrasto l’impeto della meglio gioventù con la resistenza di vecchie classi dirigenti, aggrappate al potere anche con la corruzione. Si è aperta una stagione di proteste. I movimenti della Generazione Z, presenti in molti Paesi, sono in lotta con i governanti, che per difendersi usano la repressione. Le tensioni più roventi si accendono soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni che finiscono spesso in bagni di sangue.
Una delle alternative è costituita dalle migrazioni che alimentano prevalentemente spostamenti all’interno del continente. Questo è un fenomeno che smentisce le versioni occidentali dell’invasione per alimentare paure. Solo una piccola minoranza cerca soluzioni altrove. Dall’analisi di Magnani emerge che altre cause dei flussi migratori sono le guerre e i cambiamenti climatici. Sono per lo più i Paesi a basso reddito a farsi carico dei profughi, mentre gli altri pagano per tenerli lontano dai confini.
Le istantanee raccolte nel libro approfondiscono altri temi caldi: dalla precarietà che sfocia in frequenti golpe alla diffusione del fondamentalismo islamico che pesca nelle aree più povere (soprattutto Sahel); dalla presenza di vecchie e nuove potenze straniere all’altalena dei diritti civili. Sullo sfondo il piano Mattei ancora avvolto in una fase embrionale. Magnani conclude la sua disamina con alcuni racconti sull’aspirazione del continente a proporsi come soggetto autonomo, «integrato e pacifico». La speranza si aggrappa ai vari organismi unitari. Se solo si dovesse fare riferimento all’Unione Europea si scriverà di Afriche ancora per lungo tempo.