Politica
Elezioni amministrative. 900 comuni al voto
Tra maggio e giugno saranno circa 900 i comuni in cui si voterà per i nuovi sindaci, compresi 20 capoluoghi di provincia di cui uno anche capoluogo di Regione (Venezia). Sarà l’ultimo test elettorale prima delle politiche del prossimo anno. Interessati quasi 7 milioni e mezzo di abitanti e 6 milioni e 600 mila elettori. La tornata più numerosa sarà quella delle Regioni a statuto ordinario, con oltre 660 Comuni chiamati alle urne domenica 24 maggio (seggi aperti dalle 7 alle 23) e lunedì 25 maggio (seggi aperti dalle 7 alle 15). Lo slittamento di un anno rispetto alla normale scadenza quinquennale è dovuto alle misure che vennero adottate per la pandemia da Covid, che comportò il rinvio delle elezioni amministrative del 2020 al mese di ottobre. Gli eventuali ballottaggi si terranno il 7 e l’8 giugno. In questa data è previsto anche il primo turno per la Sardegna, con i ballottaggi come sempre due settimane dopo. In Trentino-Alto Adige si è già votato il 17 maggio.
I Comuni capoluogo in cui si voterà sono Agrigento, Andria, Arezzo, Avellino, Chieti, Crotone, Enna, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Messina, Pistoia, Prato, Reggio Calabria, Salerno, Sanluri, Tempio Pausania, Trani e Venezia. Le città con più di 100 mila abitanti sono Messina, Prato, Reggio Calabria, Salerno e Venezia. Il centro più piccolo è Pedesina in provincia di Sondrio. Negli oltre 120 Comuni superiori ai 15 mila abitanti (e in quelli che sono capoluogo come Sanluri e Tempio Pausania in Sardegna) si vota con un sistema a doppio turno (cioè con ballottaggio se nessuno ottiene la maggioranza assoluta al primo turno) e possibilità di voto disgiunto (candidato sindaco e lista non collegata). E’ un sistema in vigore sin dal 1993, il primo a prevedere l’elezione diretta del vertice politico, e nelle Regioni a statuto ordinario la prossima tornata potrebbe essere l’ultima in cui viene utilizzato nella forma attuale. A febbraio, infatti, la commissione Affari costituzionali del Senato ha licenziato un disegno di legge della maggioranza con cui viene abolito il voto disgiunto e si stabilisce che sia sufficiente il 40% per essere eletti sindaci al primo turno. Il ddl, fortemente osteggiato dalle opposizioni, attualmente è fermo perché la sua sorte dipende dall’andamento del dibattito sulla legge elettorale nazionale.