Donne, una giornata non una festa

Col fiorire delle mimose torna la festa della donna che è sempre un appuntamento dolceamaro come il profumo di questi fiori. Da una parte ci sono cliché dai quali si scapperebbe anche volentieri, in bilico tra le rivendicazioni (a volte urlate, altre non abbastanza ricordate come quelle della parità salariale) e il tempo negato circa la propria persona che molte donne ben conoscono, affannate tra lavoro, casa e famiglie (quella creata, quella di origine) in un mix di sentimenti che incorniciano questa giornata con la plastica di certi mazzi di fiori, che scricchiola e fa rumore, ma allontana dalla soavità delle corolle.

Il fatto è che sulla questione il mondo cammina zoppo: uno resta il sesso forte, l’altro è in perenne arranco, dato che conquiste che parevano assodate registrano decise retromarce. Ed è un mondo più o meno zoppo anche a seconda delle geografie: nascere donna in Europa o in Afghanistan assume significati, condizioni, libertà e anche possibilità di crescita completamente diverse. Per quanto, anche nascere nella nostra civile e fortunata Europa non elimina il rischio, se è vero che una donna su tre (il 30%) ha subito una violenza fisica e/o sessuale fin dall’età di quindici anni (dati dal sito del parlamento europeo: www.europarl.europa.eu).

Non è quindi una rivendicazione di maniera, figlia di un femminismo importante quanto oggi sfilacciato, ma di una messa a punto obbligata da una realtà che le cronache di questi giorni rendono urgente da che hanno scoperchiato quel vaso di pandora – di abusi e sfruttamenti – chiamato “caso Epstein”. Uomini contro donne, uomini che si relazionano ad esse come pietanze da scegliere in un self service, bambole da cui prendere, jukebox che cantano la canzone desiderata: un gettone per disporre di una vita. Lo strascico di denunce e di fatti luttuosi gravi, l’eco di minori violate, permette di svincolare dal paravento di ruoli decisi e concordati paritariamente da entrambe le parti: la disparità sociale ed economica ha un suo peso specifico alquanto pesante.

Se personalità di spicco del mondo di coloro che contano, in un bouquet variegato di uomini di spettacolo, uomini d’affari e politici (da ministri al fratello del re del Regno Unito e ancora più su, fino ad interrogare un ex presidente Usa e ad indurre a sospettare dell’attuale) sono risultati clienti di un certo modo di organizzare il divertimento per taluni signori (non risulta accada il contrario tra i sessi), allora il cammino da fare è ancora molto. E se conquiste importanti non sono mancate (i ruoli apicali nella politica o nella finanza di cui l’Unione europea è un esempio), quante donne ancora si sfiancano di lavori umili o, peggio ancora, pagano il pegno di uomini che le chiudono in casa o di leggi fatte per togliere ad esse il diritto allo studio, al lavoro, alla patente o semplicemente la gioia di camminare per strada con i capelli e il viso al sole.

In questi giorni senza pace, non possiamo dimenticare le donne vittime della guerra scelta dagli uomini: sole, profughe, mamme, anziane, violate o dimenticate, abbandonate nella fame e nelle ferite. Ugualmente, in questa giornata ne sovviene un’altra, lontana nel calendario ma non nel cuore e nella memoria: quella del 25 novembre, quella delle scarpe rosse e dei femminicidi (in media oltre cento l’anno negli ultimi cinque anni, a fino ai 126 del 2020).

E allora sono ancora mimose insanguinate quelle che a volte ci vengono donate e spesso sono auto acquistate con l’orgoglio di portarle per un giorno con noi, per condividere una sorellanza, per trarre dal piccolo fiore forza e speranza. Ci sono tante ragioni per ricordare le donne, le più belle sono qui taciute, non dimenticate. Una cosa su tutte andrebbe detta: non chiamiamola festa ma giornata delle donne.

Simonetta Venturin