Venezuela: ad un mese dal sisma le testimonianze dei bambini raccolte da Save The Children

Volunteers search for possible victims in a collapsed building following twin earthquakes in Caraballeda, La Guaira state, some 40 km northeast of Caracas, on June 25, 2026. The death toll from twin quakes, measured at magnitudes 7.2 and 7.5, has risen to at least 188, with more than 1,520 others injured, top lawmaker Jorge Rodriguez reported, while residents continue searching for missing relatives. (Photo by Federico PARRA / AFP)

Ad un mese dai due violenti terremoti che hanno colpito il Venezuela, i bambini raccontano di sentire profondamente la mancanza delle proprie case, della scuola, degli amici e dei familiari, alcuni dei quali sono tra le quasi 5.400 persone che hanno perso la vita nel disastro. Lo riporta Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

Nelle testimonianze raccolte dagli operatori, infatti, bambini e genitori beneficiari del supporto dell’Organizzazione descrivono il dolore e le difficoltà di vivere nelle tende, dove i genitori, oltre ad affrontare il lutto e le perdite subite, convivono ogni giorno con la preoccupazione per la sicurezza dei propri figli.

I terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 che hanno colpito il Paese il 24 giugno hanno distrutto abitazioni e infrastrutture in vaste aree del Venezuela. Oltre 16.700 persone sono rimaste ferite[1], più di 23.300 vivono ancora in campi di accoglienza temporanei e migliaia di altre hanno trovato riparo in campi di tende informali, dove l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici è estremamente limitato[2].

Heriberto*, 7 anni, originario di La Guaira, il giorno del terremoto è stato costretto a lasciare la propria casa insieme alla sua famiglia e al suo cane, Deimos.

Oggi il bambino teme che ci vorrà molto tempo prima che tutto ciò che è stato distrutto possa essere ricostruito e ricorda ancora il terrore provato durante la notte del sisma. “Ho avuto tantissima paura. Dicevo: mamma, mamma, non voglio morire! Quello che prima era il primo piano della nostra casa è diventato il piano terra. Non so nemmeno come sia successo. Quando sono riuscito a guardare, tutta La Guaira era distrutta, piena di macerie. Penso che ci vorranno anni per sistemare tutto. Anni, davvero!”.

Nonostante quanto accaduto, Heriberto* cerca di aggrapparsi a ciò che ancora gli dà serenità: giocare con i Lego, andare in bicicletta e sul monopattino e trascorrere del tempo con gli amici. Continua anche a coltivare i suoi sogni per il futuro e per un mondo migliore. “Quello che desidero di più è che, se tutti abbiamo fame, ci sia cibo per tutti” prosegue, “Vorrei diventare un calciatore… ma anche un pilota d’aereo”.

Anche Alba*, 11 anni, che avrebbe dovuto concludere la scuola primaria il 30 giugno, racconta come le terribili scosse abbiano cambiato improvvisamente la sua vita, stravolgendo la sua quotidianità.  “Non avevo mai vissuto una cosa del genere. È molto strano essere qui. Il tempo sembra non passare mai. Pensavo che sarei rimasta qui solo uno o due mesi, invece non sarà così”. La bambina racconta inoltre di avere difficoltà a dormire. A volte avrei bisogno di dormire di più perché mi alzo presto ogni mattina. Mi capita di svegliarmi nel cuore della notte e di non riuscire più a prendere sonno”.

Marcela*, 33 anni, sfollata insieme alla figlia Emma*, di quattro anni, racconta che una delle prove più difficili da affrontare è vedere quanto il terremoto abbia segnato la sua bambina. “Prima dei terremoti, mia figlia era una bambina tranquilla: guardava i cartoni animati, andava a scuola, viveva serenamente. Oggi, a chiunque si avvicini, dice semplicemente: la mia casa si è rotta”. Racconta ancora Marcela* “Per riuscire a far stare bene i bambini bisogna impegnarsi il triplo rispetto a prima, perché purtroppo non hanno più un letto né le comodità che avevano. Ci si adatta poco alla volta a questa nuova realtà, ma purtroppo questa è la dura realtà, non è un sogno”.

Secondo quanto riferiscono i genitori e le organizzazioni umanitarie, i bambini e gli adolescenti che vivono nei campi per sfollati sono esposti a rischi sempre maggiori sulla loro sicurezza, a causa della mancanza di protezione, privacy e illuminazione nelle ore notturne, una situazione che espone soprattutto ragazze e donne a un rischio più elevato di violenza e abusi[3].

Rosa Iciela*, 33 anni, madre di Alba*, racconta che il sovraffollamento del campo la costringe a vivere in uno stato di continua preoccupazione per la figlia. Cerca costantemente di tenerla d’occhio, ma non è semplice. “Di notte c’è sempre gente che passa. Non sai mai chi hai alle spalle. È difficile, perché sono ancora bambine e qui ci sono tantissime persone, molti uomini che non abbiamo mai visto prima. Credo che, per ogni madre, la paura più grande sia che possa accadere qualcosa ai propri figli”.

“In Venezuela. Le bambine e i bambini vivono ancora in una situazione di profonda incertezza: i terremoti di giugno hanno spazzato via il loro senso di sicurezza, la quotidianità e ogni punto di riferimento. Ci raccontano di sentire la mancanza delle loro case, della scuola e delle persone care, e molti di loro continuano a convivere con il trauma e il dolore causati dal sisma. Un mese dopo, i media parlano sempre meno di questa emergenza, ma in questo momento il mondo non può distogliere lo sguardo dai bambini del Venezuela, che ogni giorno continuano a fare i conti con le conseguenze del terremoto. Persino bambini di appena sette anni ci raccontano di essere preoccupati per il proprio futuro” ha dichiarato Maria Mercedes Liévano, Direttrice ad interim di Save the Children in Venezuela.

“Le ferite fisiche ed emotive lasciate da un terremoto di questa portata non possono guarire in poco tempo. I bambini hanno bisogno sia di un sostegno immediato sia di interventi a lungo termine per evitare che questa tragedia lasci conseguenze permanenti. Protezione e supporto psicosociale sono priorità urgenti, insieme all’accesso all’assistenza sanitaria, all’acqua potabile, a un’alimentazione adeguata e a un riparo sicuro” ha concluso Maria Mercedes Liévano.

Save the Children è presente in Venezuela e gestisce spazi sicuri nei quali i bambini possono ricevere supporto per la salute mentale, continuare a studiare mentre le scuole restano chiuse e, nei casi più complessi, essere indirizzati verso servizi di assistenza specialistica individuale. L’Organizzazione lavora inoltre insieme alle autorità e ai partner locali, fornendo anche assistenza sanitaria di base attraverso cliniche mobili e distribuendo kit per l’igiene, acqua potabile e beni essenziali.

Save the Children opera in Venezuela dal 2019. Con il progressivo aggravarsi della crisi umanitaria negli ultimi anni, l’Organizzazione ha ampliato il proprio intervento, lavorando insieme ai partner locali per rispondere ai bisogni di un numero crescente di bambini. Le attività comprendono interventi nei settori della salute, della nutrizione, dell’istruzione, della protezione dell’infanzia, della fornitura di alloggi, dell’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari, dell’igiene, della sicurezza alimentare e del sostegno ai mezzi di sussistenza.

*I nomi sono stati modificati per tutelare la privacy degli intervistati.

Per sostenere l’attività di Save the Children in emergenza: Aiuta i bambini in Venezuela | Donazioni – Save the Children