L'editoriale
Europa: prove di unione
Per una volta ci siamo riusciti: no alla guerra che sta infiammando il Medio Oriente dopo che l’Iran, decapitato nei leader ma non vinto dopo l’attacco congiunto di Usa e Israele, va mettendo a ferro e fuoco il mondo arabo e attaccando i paesi che lo circondano. I suoi lanci di missili vanno dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia (sventato), mirano ai pozzi di petrolio come il più grande giacimento di gas del Qatar, bloccano la navigazione sullo Stretto di Hormuz, un braccio di mare a gomito lungo una sessantina di chilometri, epicentro dello scambio di petrolio e gas.
Così facendo l’Iran colpisce quella parte di mondo che del frutto prelibato di quelle terre – petrolio e derivati – ha bisogno come l’aria: il prezzo dei carburanti si è subito impennato, mettendo oggi in crisi per i costi degli spostamenti che ricadono sui singoli come sulle catene di distribuzione dei prodotti e, in prospettiva, lanciando pesanti incognite sull’inverno che verrà. Ovviamente questo pesa di più su chi, come l’Italia, al green ha fatto spallucce, etichettando come ideologia le parole degli esperti sul cambiamento climatico. Che gli si creda o no, comunque, chi si è attrezzato con pannelli e altri sistemi legati alle rinnovabili tremerà di meno nelle stagioni a venire se la situazione non dovesse rientrare. Perché l’Iran non sta a guardare e rilancia minacciando ora anche la navigazione nel Mar Rosso e dando prova di lanci di missili a quasi 4mila km di distanza, fino all’Oceano Indiano.
Al momento, comunque, l’Unione Europea ha saputo dire no alla richiesta americana di portare navi sullo stretto di Hormuz: non lo farà fino a che le operazioni di guerra saranno in corso. La reazione del presidente Usa è stata nel suo stile impetuosa, contro gli alleati tacciati di codardia, e al contempo dispendiosa per l’America dato che ha mandato sullo Stretto altri 2.500 marines (in aggiunta ai 50mila) e altre tre navi, chiedendo al Congresso un impegno di spesa di 200 miliardi di dollari.
Già più volte strapazzata dall’America a guida Trump – che prima muove guerra senza informare nessuno e poi esige dagli alleati che si uniscano allo sforzo bellico che lui, col sodale Netanyahu, ha scatenato – l’Unione questa volta non ha ceduto alle ragioni addotte dal presidente Usa: del petrolio abbisognano gli stati europei non gli americani che sono autosufficienti, quindi unirsi alla lotta è necessario. Trump però sembra aver perso di vista questioni cruciali: nessun europeo ha mai pensato di fare guerra all’Iran e la gravissima situazione in cui il mondo intero si trova e che grava – incontestabilmente vero – come una spada di Damocle sugli europei per la questione energetica, è esclusivamente figlia delle scelte e dell’attacco di Israele e Usa all’Iran.
Che fare dunque? L’Ue, in un documento firmato da Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Giappone e Canada (dopo che a Bruxelles l’Europa ha invitato Guterres, segretario generale dell’Onu), ha sostenuto una posizione “attendista” quando all’impegno di scortare le navi in movimento sullo Stretto – ora bloccate dalla guerra in atto-, ma fermo sul punto che questo non sarà possibile fino a che le operazioni militari sono in corso. Decisione piaciuta ad altri sedici paesi che si sono dimostrati pronti a seguire la stessa linea ed è un buon segno.
Dopo l’ultimatum di Trump all’Iran (o apre Hormuz o attacca), dopo le rivelazioni di sue trattative in corso (ma Teheran ha smentito), dopo la pronta reazione iraniana (attaccheranno le strutture energetiche dei paesi circostanti) non basta quella ideale unità di intenti a sventare ogni timore. Ma, pur nella gravità del momento, resta una nota positiva questo ritorno agli appelli, alle decisioni da prendersi insieme, meglio se all’interno di organismi internazionali nati per la gestione unitaria delle situazioni di crisi e di guerra. E’ forse poco più di una fiammella in un momento nero, ma c’è e dimostra che la strada del dialogo e delle trattative non è stata smarrita del tutto.
