Domenica del creato: omelia del vescovo Pellegrini a Torrate

Carissime sorelle e fratelli, trovarsi qui oggi, sotto questa cattedrale a cielo aperto, ha un significato che ci tocca profondamente. Non siamo semplicemente radunati in un bel paesaggio naturale, ma fermi e raccolti nel luogo esatto in cui la terra, per grazia del Creatore, ci fa dono dell’acqua necessaria per la vita quotidiana di migliaia di persone, di famiglie, di paesi e città intere. Da questo luogo invisibile, ma generoso, parte l’acqua viva che disseta le nostre giornate, pulisce le nostre case, irriga i nostri campi, feconda il nostro futuro. Celebrare l’Eucaristia qui, proprio all’inizio del Tempo del Creato – cammino ecumenico che fino al 4 ottobre unisce a tutti i cristiani del mondo a rinnovare il proprio impegno per la Creazione, attraverso la preghiera, la conversione e gesti concreti di cura – significa riconoscere l’altare del sacrificio di Cristo immerso nell’altare della Creazione originaria. L’immagine biblica che ci accompagna in questo mese è: “immersione nell’acqua viva”, con riferimento a Ezechiele 47,1-12 che descrive l’acqua vivificante di Dio che scorre nel tempio, risanando le persone e la terra arida.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita alla contemplazione delle opere del Signore, guardando la realtà con occhi nuovi e con cuore grande. Il Libro della Sapienza ci ha ricordato una verità radicale, quasi un rimprovero d’amore: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore” (Sapienza 13,5). Gli elementi naturali sono ‘parole’ di un discorso molto più grande, ma se ci fermiamo agli elementi in sé, rischiamo di trasformarli in idoli. Eppure, l’uomo spesso si ferma alle cose visibili. Ci innamoriamo dei doni e ci dimentichiamo del Donatore, diventando consumatori ciechi e irresponsabili, anziché custodi riconoscenti e con responsabilità. Papa Leone XIV, proprio pochi giorni fa, inaugurando questo tempo speciale ci ha esortato a metterci in “modalità silenziosa”, per gustare la grande armonia di cui siamo parte e per ritrovare uno sguardo contemplativo. Se non impariamo a contemplare l’acqua che scorre e la terra che respira come impronte vive di Dio, non saremo mai capaci di salvarle dal nostro egoismo. Perché chi non sa stupirsi, finisce per sfruttare. Lo stupore è risuonato nel Salmo 18, inno cosmico straordinario: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento”. Anche il testo evangelico di Matteo ci invita alla contemplazione del creato, sottolineando l’amore speciale del Signore per l’essere umano e proponendo il superamento della logica dell’accumulo e del possesso con la logica del “regno di Dio e della sua giustizia” (Matteo 6,33). La creazione vive di relazioni, di gratuità e di limiti e la giustizia del regno include la distribuzione equa dei beni ella terra. Contemplare la bellezza della terra, ci porta a comprendere quanto Dio ci ama e ci vuole bene.   

Ma oggi, carissimi, dobbiamo chiederci con onestà: quale storia stanno narrando le nostre sorgenti? Quale grido sale dalle nostre acque, dai nostri fiumi, dalle nostre terre ferite? È ancora viva in noi la tragedia del Nepal. Più che certo è la crescente frequenza di fenomeni di pericolo legati alle parti di ghiaccio del pianeta, segno evidente di un riscaldamento globale, con un ritmo così rapido che gli sforzi attuali faticano a tenere il passo. Papa Leone, nel suo forte messaggio per questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, intitolato “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”, mette a nudo la profonda crisi etica che stiamo attraversando. Il Santo Padre evidenzia lo stretto e drammatico legame tra i conflitti umani e la devastazione dell’ambiente. La guerra, l’ingiustizia sociale, l’avidità economica non distruggono solo le vite umane, ma avvelenano le risorse vitali, contaminando l’aria e l’acqua, lasciando ferite ecologiche che dureranno per generazioni. Custodire il creato e promuovere la dignità della persona umana sono, infatti, le due facce della stessa identica missione. Non si può dire di amare l’uomo se si avvelena l’acqua che berrà; non si può dire di onorare Dio se si distrugge la casa comune che Egli ha preparato per i suoi figli.

Il Vangelo di Matteo ci prende per mano, portandoci al cuore della nostra conversione quotidiana. Gesù ci dice con una radicalità che non ammette sconti: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (6,24). Cos’è il servizio alla ricchezza, se non quell’idolatria del profitto immediato che ci spinge a consumare più di quanto la terra possa rigenerare? Cos’è l’idolatria del denaro, se non l’illusione di poter possedere tutto, trasformando i beni comuni in merci da spremere ed esaurire?

Il Signore ci invita a guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo. Non è un invito al disimpegno o alla pigrizia. È l’invito a riscoprire la logica dell’essenziale, la logica della fiducia e della fraternità. La Provvidenza di Dio non si manifesta attraverso un miracolo astratto, ma si concretizza attraverso la nostra responsabilità di fratelli e di sorelle. Se accumuliamo egoisticamente, togliamo il pane e l’acqua a chi viene dopo di noi o a chi cammina accanto a noi oggi. La cura del creato, inizia sradicando dal cuore l’ansia del possesso per fare spazio alla gioia della custodia. Papa Leone ha usato parole chiare: “Non è ancora troppo tardi per una profonda conversione ecologica” e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, parlando del ‘geocidio’, ci invita ad una ‘svolta copernicana’ nell’idea di progresso e nell’atteggiamento degli uomini e delle donne verso la natura. Ma questa conversione deve tradursi in gesti concreti. Non basta commuoversi davanti alla bellezza della natura se poi, tornati nelle nostre case continuiamo a sprecare le risorse e a ignorare l’impatto delle nostre scelte ecologiche. Le nostre spade devono diventare vomeri. Ciò che l’egoismo umano ha usato per portare distruzione e inquinamento, deve essere reindirizzato verso la vita, verso il sostentamento dei più poveri e la protezione degli ecosistemi.

Questo è lo stile di Dio. E questo deve diventare lo stile della nostra comunità. Un impegno ecumenico e sociale, capace di unire credenti e non credenti e le persone di buona volontà, nell’unica missione di difendere la vita e i diritti delle generazioni future. Usciamo da questa celebrazione con una promessa nel cuore. Assumiamo stili di vita più sobri, capaci di rispettare i ritmi della creazione. Facciamoci vicini alle sofferenze dei poveri, che sono sempre i primi a subire le conseguenze della degradazione ambientale. Chiediamo al Signore, per intercessione di San Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricordiamo l’ottavo centenario del suo passaggio al cielo, la grazia di un cuore rinnovato, per noi e per tutti i potenti della terra. Che possiamo diventare canali di acqua viva, portatori della pace di Dio e custodi fedeli della nostra amata casa comune. La nostra fede ci ricorda che non possiamo amare Dio senza prenderci cura di ciò che Egli ha creato e di coloro che ci ha affidato.

                                                                       + Giuseppe Pellegrini, vescovo