L'editoriale
Scuola: “I care”?
La scuola ha chiuso i battenti e, tranne per i maturandi di cui si è parlato la settimana scorsa per un paio di giorni in occasione delle prove d’esame, il sipario si è chiuso su tanti giorni e mesi di fatiche in classe nel silenzio generale: ed è un rammarico.
Il sistema scolastico statale italiano accoglie circa 7,1 milioni di studenti: se ne è parlato perlopiù per bullismo e violenza. Eppure la scuola è luogo di sperimentazioni, progetti, creatività. Il rammarico è allora quello di non conoscere le pagine più belle dei nostri ragazzi: quelle dello studio, dell’impegno, del guizzo, dei concorsi come anche delle piccole grandi astuzie per farla franca e di come cambiano col mutare dei tempi e delle possibilità.
Dietro ad essi c’è pure la dedizione degli insegnanti da una parte e delle famiglie dall’altra, che molte volte hanno palpitato insieme davanti a una sfida da superare.
Scordiamo che è con le loro fatiche che si tramanda il nostro patrimonio culturale, passato dai libri di testo alle menti e forse ai cuori di tante giovani vite, le future testimoni.
Dietro al nostro silenzio si cela un lavorìo quotidiano: esercizi di matematica, forse l’amore per una poesia, la sensazione di non farcela con la traduzione di greco e l’aiuto – le statistiche dicono sette studenti su dieci – chiesto all’intelligenza artificiale, alla quale si rivolgono con spontanea disinvoltura.
Ebbene, di tutte queste pagine di vita e di scuola non si sa che poco e niente, eppure la scuola resta la palestra non solo del loro futuro di lavoratrici e lavoratori ma anche di donne e uomini. Che gli adulti non siano attenti, né curiosi del mondo della scuola e degli studenti è, allora un rammarico e forse anche qualcosa in più: un campanello di allarme della disattenzione dei grandi e del paese.
Certo, si sa che quest’anno sono cambiati modi e nome dell’esame finale, diventato per tutti “la matura”, che sono ridotti da sette a cinque i commissari d’esame, che sono limitate a quattro le materie dell’orale (le due degli scritti più altre due), che pesa il voto in condotta e la bocciatura è certa di fronte alla scena muta all’orale, usata in passato come segno di protesta. Ma questi non sono che dettagli – seppur importanti – legati a quest’ultimo anno scolastico, al quale però ben pochi potrebbero pensare col motto di uno che fu tra i maestri più noti d’Italia, don Lorenzo Milani, con il suo “I care”, ovvero “Mi interessa”, meglio “Mi sta a cuore”.
Sta davvero a cuore la scuola a noi e al nostro paese? E la crescita culturale e umana dei nostri ragazzi? Il silenzio risponde.
Così le storie che vanno in direzione diversa diventano esemplari. Come quella che Avvenire del 19 giugno ha raccontato: ovvero un papà di Salerno che, per convincere il figlio a riprendere gli studi superiori interrotti, non ha esitato a riscriversi egli stesso, a 62 anni, affrontando nella medesima classe serale del ventenne recalcitrante, due anni scolastici di studio, compiti e interrogazioni comprese, fino a giungere ora insieme all’esame di maturità.
Il fatto è che in Italia non mancano le difficoltà legate alla scuola: l’abbandono scolastico è migliorato ma non sparito (9,8% nel 2024, 8,2% oggi). Il fenomeno dei need (ragazzi che non studiano e non lavorano) ci vede secondi in Europa dopo la Romania: sono 1,18 milioni se si comprende la fascia d’età 15-29 anni (incidenza pari a 13,3% della popolazione giovanile), che salgono a 1,7 milioni se si comprende la fascia d’età 15-34 anni. Neppure i laureati abbondano: con il 31% dei giovani (25-34 anni) e il 22% degli adulti (25-64 anni) l’Italia è all’ultimo posto dell’Unione europea, ben al di sotto della media Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).
Se questa è la fotografia della realtà scolastica del paese, allora è proprio il caso di spezzarlo questo silenzio sulla scuola e cominciare a dire “I care”.
