L'editoriale
Lettera di pace
Una lettera per proporre un incontro che ponga fine alla guerra: l’ha scritta Zelensky a Putin la scorsa settimana. La risposta? Una battuta sarcastica, maschera d’ironia su una derisione tagliente. Così la guerra continua da entrambe le parti: missili su Kiev, droni su San Pietroburgo, vittime e feriti su tutti e due i fronti.
Atto dunque inutile? Nell’immediato parrebbe di sì. Eppure non inutile del tutto: la speranza lo vuole come un seme che richiede tempo per germogliare. La lettera dal tono diretto, nella quale Zelensky si rivolge a Putin come se ce l’avesse davanti, è servita anche a parlare al mondo: a ribadire che quella ucraina è una guerra di difesa e che l’Ucraina non vuole “una guerra permanente”. E infatti pochi giorni dopo Zelensky era a Londra dove con il primo ministro Starmer, con Macron (Francia) e Merz (Germania) è stato elaborato un piano di pace in cinque punti. Piano che non ha trovato prospettive d’ascolto in Putin, irremovibile nella pretesa dell’intero Donbass (conquistato all’85%), almeno quanto Zelensky nel non cederlo.
Nella lettera in questione l’ucraino scrive: “Stiamo perdendo il nostro popolo e ogni perdita ci fa male”. Poi dettaglia, però, solo le perdite russe: 30mila soldati tra morti e feriti nel solo maggio 2026, con i morti stimati nel 63% (quindi 18.900). Ora, tenendo valido questo numero e calcolando che l’invasione è cominciata il 24 febbraio 2022 e che i mesi complessivi di combattimento sono ormai 51, si può arrivare a dire che quasi un milione di madri russe stanno piangendo un figlio che non tornerà dal fronte (963.900). Con la consapevolezza che siffatte stime sono più che ardite, va comunque ricordato che ai caduti russi vanno sommati i caduti ucraini, militari e pure tanti civili. Così facendo, si palesa ancora una volta l’inutile strage e prende corpo l’immensità della tragedia e quanto sia folle da un lato, e disumano dall’altro, continuarla. Come ha detto lunedì 8 giugno papa Leone XIV, incontrando il Parlamento spagnolo a Madrid: “La pace si presenta come una vera e propria esigenza morale”.
Un’esigenza che le cronache del mondo dicono inascoltata: contro i disegni di potere i costi in perdite umane poco sembrano incidere sulla ferocia delle macchine della guerra e di chi la guida. Potrebbero più facilmente tasti diversi, come i costi economici. E qui qualcosa comincia a farsi sentire sul fronte russo: l’economia frena e difficoltà crescenti gravano sulle famiglie. Dall’esterno, contro un paese in guerra si può agire attraverso le sanzioni: l’Unione europea, oltre a sostenere Zelensky con miliardi di euro, è arrivata al ventunesimo pacchetto contro l’invasore, poco aiutata in questo dal presidente degli Usa, Trump.
Oltre a ciò, nella sua lettera Zelensky fa riferimento esplicito ad altre questioni, prima tra tutte quella del dissenso verso Putin, giunto al suo ventiseiesimo anno di governo. Il presidente ucraino insinua che il malcontento si farà sentire tra la gente come già è accaduto nella storia e come accaduto ora tra i soldati russi, alludendo ad avvenute ribellioni.
Da parte nostra guardare a questi fatti con noia e col fastidio del conflitto che non trova fine ma che poco incide sulle nostre vite sarebbe quanto meno miope. Il mondo è cambiato a partire da questa guerra: l’Ue ha mutato politiche energetiche e destinazione di fondi. L’Italia, lasciato il gas russo, si rifornisce da paesi nordafricani (poco stabili) e dagli Usa (che non fanno sconti) e ora investe in armi quanto fino a una manciata d’anni fa sarebbe stato impensabile. Per farlo, dato che la coperta è sempre corta, si tolgono risorse ad altro, sanità compresa, mentre non brillano piani di sviluppo, industriale ed energetico, che servirebbero a dare un’ossatura solida al paese. Stando così le cose, il discorso della pace possibile ci interessa eccome, anche se fossimo così gretti da pensare solo alle tasche.