Politica
Pordenone, 25 aprile: il sindaco Basso ricorda la festa della Liberazione e il ruolo delle donne
Ci ritroviamo oggi, nel giorno del 25 Aprile, per celebrare la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, per onorare chi ha sacrificato la propria vita affinché noi potessimo vivere in una Repubblica fondata sulla libertà, sulla democrazia, sul lavoro, oltre che sulla dignità della persona.
Il 25 Aprile rappresenta una soglia morale della nostra storia.
È il giorno in cui ricordiamo come la libertà non sia un bene acquisito per sempre, ma come essa sia una conquista da custodire, da comprendere, da rendere concreta ogni giorno nelle istituzioni, nella scuola, nel mondo del lavoro, nella convivenza civile.
Il 25 aprile 1945 aprì la strada alla Repubblica e alla Costituzione.
E con esse ha aperto la strada anche a un’idea nuova di cittadinanza:
più ampia, più giusta, più umana. Un’idea che, finalmente, ha riconosciuto anche alle donne il pieno diritto di essere parte della vita pubblica, non come presenza accessoria, non come voce marginale, ma come protagoniste.
Per questo, oggi, vogliamo anche riflettere sul valore storico e civile del suffragio universale, sul voto alle donne, e sul contributo che le donne hanno dato e continuano a dare alla costruzione della nostra democrazia, della nostra comunità e del nostro futuro.
Il diritto di voto alle donne non fu una concessione gentile.
Fu il riconoscimento, purtroppo tardivo, di una verità semplice e profonda: non c’è democrazia se metà della società resta ai margini della rappresentanza.
Quando le donne italiane votarono per la prima volta, nel 1946, non entrarono soltanto nelle urne; entrarono pienamente nella storia del Paese. Portarono nella vita pubblica la loro esperienza, la loro responsabilità, il loro senso concreto del fare.
In questo cammino, è giusto ricordare anche il lungo percorso delle suffragette, delle donne che in molti Paesi, spesso in solitudine e contro
il sarcasmo del proprio tempo, hanno combattuto e combattono ancora oggi per un diritto a noi appare ovvio, ma che ovvio non era e non è affatto.
Hanno sfidato pregiudizi, esclusioni, paternalismi.
Quella voce appartiene anche alle donne della resistenza italiana: staffette, combattenti, organizzatrici, madri, lavoratrici, donne comuni e straordinarie insieme. Troppe volte la storia pubblica le ha raccontate meno di quanto meritassero. Eppure senza di loro la resistenza sarebbe stata più fragile,
più povera, forse perfino impossibile.
Il 25 Aprile ci chiede anche questo: allargare lo sguardo della memoria, renderlo più vero, più completo, più giusto.
La libertà conquistata allora riguardava la possibilità di edificare una società in cui nessuno fosse definito una volta per tutte dal proprio sesso, dalla propria origine, dalla propria condizione sociale. Riguardava il diritto a partecipare, a studiare, a lavorare, a decidere, a contare.
Per questo oggi parlare delle donne non significa aprire un capitolo separato. Significa parlare della qualità della nostra democrazia. Significa domandarci se la nostra società sappia davvero riconoscere il merito, la competenza,
il talento, la responsabilità, ovunque essi si esprimano.
Molto è stato fatto. Molto resta da fare perché la realtà ci dice che esistono ancora ostacoli, squilibri, disparità. Ci dice che il cosiddetto tetto di cristallo non è un’immagine astratta, ma una realtà che molti, su tutti le donne, incontrano nella carriera, nella retribuzione, nell’accesso alle responsabilità, nella fatica di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro.
Da questo punto di vista, il fatto che una donna abbia raggiunto il più alto incarico di Governo rappresenta un elemento che interroga il Paese intero. Non è un punto d’arrivo sufficiente, ma è un segnale storico. Ci ricorda che il tema non è celebrare simboli vuoti, bensì creare condizioni reali affinché ogni individuo, in ogni settore e a ogni livello, possa esprimere pienamente capacità, ambizione, competenza e leadership.
Ma attenzione: la cultura di genere non vive nelle formule, nelle parole d’ordine, nelle dichiarazioni rituali. Vive nei fatti. Vive nei comportamenti quotidiani. Vive nelle opportunità offerte alle ragazze e ai ragazzi. Vive nell’organizzazione del lavoro. Vive nella distribuzione dei carichi familiari. Vive nella lotta ai pregiudizi. Vive nella capacità delle istituzioni di non limitarsi a enunciare principi, ma di costruire contesti equi.
La parità, infatti, non si onora con la sola forma.
Si onora con sostanza, coerenza e responsabilità.
Per questo dobbiamo essere riconoscenti a tutte quelle donne che, in modi diversi, hanno aperto la strada. Alle donne celebri e a quelle sconosciute.
Alle intellettuali, alle insegnanti, alle lavoratrici, alle imprenditrici,
alle amministratrici, alle volontarie, alle madri, alle sindacaliste, alle artigiane, alle professioniste, alle operaie.
La Repubblica è stata costruita anche dalle loro mani.
Penso alle parole di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura,
quando scriveva: “Bisogna avere un ideale nella vita, e questo ideale bisogna raggiungerlo”. In questa semplice esortazione c’è una lezione civile profonda: una società giusta è quella che non impedisce a nessuno di inseguire il proprio ideale, e che non chiude alle donne la strada verso il proprio compimento umano, culturale e professionale.
Penso a Maria Montessori, che ha insegnato al mondo che educare significa liberare energie, sviluppare autonomia, formare persone capaci di pensiero e responsabilità. È suo il monito: “L’educazione è un’arma di pace”.
E noi possiamo dire anche questo: l’educazione è un’arma di democrazia,
è un’arma contro la discriminazione, è un’arma contro ogni riduzione della persona a stereotipo.
Dove c’è educazione autentica, c’è rispetto.
Dove c’è rispetto, c’è uguaglianza più vera.
Qui, a Pordenone, questi temi non sono astratti. Hanno volti, storie, esperienze concrete. Le donne di Pordenone sono parte essenziale dell’identità della nostra città. Lo sono nelle famiglie, nella scuola, nella sanità, nel volontariato, nel commercio, nell’artigianato, nella cultura, nell’amministrazione pubblica, nella ricerca, nei servizi, nel mondo associativo e sportivo. Lo sono nelle imprese, dove ogni giorno portano competenza, visione, tenacia, capacità organizzativa, sensibilità relazionale
e spirito di innovazione.
Il tessuto produttivo del nostro territorio, fatto di lavoro, intraprendenza e responsabilità, deve molto all’impegno femminile. Le donne nell’impresa non rappresentano un’eccezione da celebrare paternalisticamente; rappresentano una componente strutturale della crescita economica e della modernizzazione sociale. Sono imprenditrici, dirigenti, professioniste, lavoratrici autonome, dipendenti altamente qualificate. Creano valore, occupazione, reti di fiducia, futuro.
Ecco allora il nesso profondo con il 25 Aprile. Esso non ci consegna soltanto una memoria da onorare. Ci consegna un compito. Ci chiede di essere all’altezza della libertà ricevuta. Ci chiede di trasformare i valori costituzionali in pratiche quotidiane. Ci chiede di vigilare affinché l’uguaglianza non resti scritta soltanto sulla carta.
Difenderne il lascito oggi significa anche combattere ogni forma di esclusione, ogni svalutazione della persona, ogni disuguaglianza che ferisce la dignità.
Il 25 Aprile ci ricorda che nulla di ciò che conta davvero nasce dall’indifferenza. Nasce dalla partecipazione. Dalla coscienza. Dal coraggio.
Facciamo allora di questa giornata non soltanto una commemorazione, ma un’assunzione di responsabilità.
Custodiamo la memoria dei nostri padri e delle nostre madri come una forza viva. Difendiamo la democrazia come bene prezioso. Rendiamo effettiva l’uguaglianza non nelle sole dichiarazioni, ma nelle scelte, nei servizi, nelle opportunità, nei linguaggi, nelle istituzioni, nel lavoro.
Così saremo fedeli allo spirito più autentico del 25 Aprile.
Così onoreremo davvero chi ci ha consegnato la libertà.
Così costruiremo una Pordenone sempre più giusta, aperta, consapevole, capace di futuro.
Viva il 25 Aprile, viva Pordenone, viva la Repubblica.