Pordenone, 25 aprile: nel pontificale in Vescovo Pellegrini invoca la pace

Pordenone celebra San Marco: il Vescovo Pellegrini richiama la politica al servizio e invoca la pace

In occasione della festa di san Marco, patrono della città di Pordenone, il 25 aprile 2026, il Vescovo Giuseppe Pellegrini ha pronunciato un’omelia rivolta ai fedeli e alle autorità civili e militari. In un’epoca segnata da dense nubi di incertezza, dalla crisi economica e dalle guerre che impediscono ai giovani di intravedere un futuro giusto, la ricorrenza si è unita significativamente al giorno dell’Anniversario della Liberazione.

Il Vescovo ha ricordato che il Vangelo non è un testo per tempi sereni, ma si rivela piuttosto come “un grido di speranza per i momenti più bui e tristi della storia”. Soffermandosi poi sulla dimensione civile della fede, ha sottolineato come lo stesso leone alato, simbolo del patrono, stringa tra le zampe il libro del Vangelo per ricordare che la Parola è chiamata a illuminare il vivere civile e sociale.

Un passaggio centrale è stato dedicato all’amministrazione pubblica: Pellegrini ha esortato la politica odierna, descritta talvolta come “affaticata e prigioniera di eccessive polarizzazioni”, a ritrovare il suo fondamento primario nel puro servizio. Richiamando le parole di papa Pio XI, ha definito l’impegno politico “un’alta forma di carità”, auspicando una città solidale, capace di proteggere i più fragili e di mantenere, come indicato dal suo gonfalone, le “porte aperte”.

Il discorso si è concluso con un forte e accorato appello alla concordia, chiedendo l’impegno congiunto della comunità cristiana e della società civile. Riprendendo in modo puntuale le esortazioni di papa Leone sui drammatici e interminabili conflitti internazionali odierni, il Vescovo ha rammentato che Gesù è “un Dio che rifiuta la guerra”, invitando tutti, con spirito profetico, a costruire una società autenticamente più giusta e umana.

OMELIA DI S.E. IL VESCOVO GIUSEPPE PELLEGRINI

Carissime e carissimi tutti,

celebriamo con gioia la festa del patrono della nostra città di Pordenone. Un saluto affettuoso ai presbiteri e alla comunità parrocchiali, al sig. Sindaco e alle altre autorità cittadine, civili e militari. Siamo radunati come credenti e cittadini per ringraziare il Signore e, attraverso l’intercessione di san Marco, pregarlo perché ci conceda tempi migliori. Dense nubi di incertezze, di trasformazioni e di preoccupazioni ci assalgono: la crisi economica si fa sempre più sentire e le guerre si moltiplicano impedendo, soprattutto ai giovani, di intravedere un mondo più giusto e più umano. Sostare davanti alla figura dell’evangelista Marco ci aiuta a ritornare alle sorgenti delle nostre fede e dell’identità cristiana e civile delle nostre terre. Marco, vicino a san Paolo e poi all’apostolo Pietro, è il creatore della forma del racconto evangelico, ripreso dagli altri tre evangelisti, l’uomo della concretezza e del coraggio. Con uno stile semplice, molto intimo ed essenziale ci riporta a riscoprire il centro della nostra identità: l’incontro vivo con Gesù di Nazareth, figlio di Dio. Secondo la tradizione, Marco scrisse il Vangelo per la comunità di Roma, che viveva sotto la minaccia delle persecuzioni, in un clima di sospetto e di fragilità sociale, insegnandoci che il Vangelo non è un manuale per i tempi tranquilli ma un grido di speranza per i momenti più bui e tristi della storia. È significativo che la festa di san Marco coincida con il giorno anniversario della liberazione e della fine della II guerra mondiale nel nostro paese. Ricordiamo tutte le persone che sono morte e tutti coloro che hanno offerto la loro vita per la nostra libertà.

Le letture bibliche di questa festa ci parlano di umiltà, di missione e di coraggio, e ci offrono una bussola per orientarci in questi tempi non facili, per la Chiesa e per il mondo. Ci ricorda Pietro nella prima lettura: “Rivestitevi tutti di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma da grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio” (1Pietro 5,5-6). Non è un invito a sottometterci agli altri ma a rivestirci di umiltà, perché solo così sarà possibile assomigliare a Gesù, che, come ci ricorda l’evangelista Marco, “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (10,45). Con il servizio vicendevole il discepolo cresce nell’imitazione di Cristo. Certamente Pietro ha davanti a sé l’immagine dell’Ultima Cena, quando Gesù dopo aver deposto la veste lavò i piedi agli apostoli. Nell’umiliazione e nelle persecuzioni Dio non si dimenticherà mai dei suoi figli e delle sue comunità, perché eleverà con la sua mano potente coloro che, davanti all’avversario, il diavolo in persona, resistono saldi nella fede. Quattro verbi al futuro scolpiscono la cura di Dio per i suoi che sono nella sofferenza: “Vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà e vi darà solide fondamenta” (5,10).

La conclusione del Vangelo di Marco che la liturgia oggi ci propone, ci porta al cuore del messaggio che l’evangelista vuole trasmettere: l’universalità dell’annuncio e l’importanza della fede e del battesimo per la salvezza. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato” (Marco 16,16). A coloro che avranno creduto alla predicazione dei discepoli, sono promessi alcuni segni di vita e di libertà che accompagneranno l’annuncio della Parola. La fatica di credere, infatti, appartiene anche a coloro che hanno seguito Gesù, anche a noi cristiani di oggi e alle nostre comunità. Ecco perché c’è bisogno anche oggi dell’annuncio del Vangelo che fa nascere la fede che porta al battesimo e alla crescita della comunità. La festa del patrono ci è di aiuto per rafforzare, consolidare e riscoprire le nostre radici cristiane. Per far ciò è necessario, come ci ha detto Gesù, andare in tutto il mondo e proclamare il Vangelo a ogni creatura (cfr. v.15). Dall’annuncio evangelico sorge la comunità ecclesiale.  La parola del Vangelo genera la Chiesa, la crea, la fa nascere e crescere, ieri come oggi. I tempi, però, sono cambiati. Non è più sufficiente essere eredi del processo di trasmissione del Vangelo, recepito quasi passivamente o abitudinariamente; ora c’è bisogno di appropriarsi, meglio riappropriarsi, personalmente e comunitariamente, del Vangelo con la conoscenza e l’incontro con Gesù, viverlo con più convinzione e testimoniarlo senza paura nella vita quotidiana. È necessario ascoltarlo, conoscerlo meglio, meditarlo, pregarlo e farlo diventare l’anima e la forza della nostra vita.

San Marco è pure il patrono della nostra città di Pordenone, e non possiamo ignorare la dimensione civile della fede. Ecco perché nella festa del patrono, in molte città, nell’omelia si fa esplicito riferimento alla polis. San Marco è raffigurato dal leone alato che tiene tra le zampe il libro del vangelo, per dirci che la Parola è chiamata a illuminare la gestione del vivere civile e sociale. Il potere è prima di tutto forza morale, non dominio ma difesa delle libertà. San Marco ricorda alla politica di oggi, talvolta affaticata e prigioniera di eccessive polarizzazioni, che il fondamento del nostro vivere comune sta nel ‘servizio’. Diceva papa Pio XI che la politica è “un’alta forma di carità”, fatta di uomini e donne che offrono all’intera società competenza, passione del bene comune e visione di futuro. Una città che non si siede ma che cammina con i cittadini, soprattutto con quelli che fanno più fatica a vivere o a integrarsi. Una città, com’è indicato nel suo gonfalone, con le porte aperte, capace di accogliere, di ascoltare e di accompagnare. La politica è chiamata ad essere ruggito contro l’ingiustizia e protezione per i fragili. La politica è l’arte del bene comune che nasce dall’umiltà di riconoscere che nessuna basta a se stesso. Il paese e la città si costruiscono insieme, condividendo i doni e la capacità di ciascuno, messe ala servizio di tutti. 

In questo contesto siamo chiamati tutti, comunità cristiana e società civile a impegnarci per la concordia tra i popoli e la pace.

Faccio mie le innumerevoli esortazioni alla pace e al rispetto del diritto internazionale fatte da papa Leone in questi tempi drammatici, con numerosi e interminabili conflitti. Nell’Omelia della Domenica delle Palme papa Leone ci ha detto: “Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le vostre preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”. Il papa, ce la ripetuto più volte, non agisce da politico, bensì da pastore; ed è insito nel cuore del pastore, di ogni pastore, avere a cuora la pace, la giustizia, il dialogo, la costruzione di società più umane e più giuste e la profezia di chi si preoccupa delle sorti dell’umanità in questa ora drammatica della storia.

Buona festa a tutti.

                                                           + Giuseppe Pellegrini, vescovo