Santa Pasqua, il Vescovo Giuseppe Pellegrini: “Siamo figli della Pasqua”

Mons. Giuseppe Pellegrini

La Pasqua del Vescovo Pellegrini: “Siamo figli della Pasqua”

In occasione della solennità della Pasqua di Risurrezione, il Vescovo di Concordia-Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini, ha rivolto alla diocesi un messaggio vibrante e carico di speranza. “Non siamo qui per ricordare un fatto avvenuto nel passato”, ha esordito, sottolineando che la fede non si fonda sulla nostalgia ma celebra l’impossibile diventato realtà: “la pietra è stata ribaltata, il buio è stato squarciato e Gesù che era morto ora vive e cammina tra noi”.

Il cuore dell’omelia è ruotato attorno all’immagine del sepolcro aperto. In un mondo oscurato dalle tenebre del male e delle innumerevoli morti causate dalle guerre, il Vescovo ha offerto una prospettiva profonda: “Quella pietra è stata rotolata via per noi, perché noi potessimo entrare”. L’invito è a esplorare con coraggio le proprie “tombe interiori”, guardando in faccia la morte e smettendo di fuggire dalle proprie ferite e dai fallimenti. Entrando nel dolore insieme a Cristo, infatti, non si trova la disperazione, ma si scorgono “i segni di una battaglia già vinta”.

Mons. Pellegrini ha poi descritto la fede come una “corsa comunitaria”, in cui l’amore arriva prima ma sa anche fermarsi per “aspettare chi fa più fatica”. Ha esortato i fedeli a “cercare le cose di lassù”, traducendo questa chiamata in scelte concrete e quotidiane: scegliere l’onestà in un mondo di furbi, il perdono dove regna il rancore e la speranza quando tutto sembra perduto.

Infine, il Vescovo ha affidato ai presenti un chiaro mandato missionario: “Non portate a casa solo il ricordo di una bella messa, portate il profumo della Risurrezione”. L’augurio, rivolto a tutti, credenti e non credenti, è di diventare attivi testimoni di pace dimostrando che l’amore è più forte dell’odio. “Non siamo fatti per restare chiusi nei nostri egoismi o nelle nostre paure”, ha concluso mons. Pellegrini. “Siamo figli della Pasqua”.

TESTO COMPLETO DELL’OMELIA

Carissimi, in questo giorno centrale della nostra fede, vi saluto con le parole della liturgia: “Il Signore è veramente risorto. Alleluia!”. Non siamo qui per ricordare un fatto avvenuto nel passato. Se fossimo qui solo per questo, la nostra fede si fonderebbe solo sulla nostalgia. Siamo qui perché è successo l’impossibile: la pietra è stata ribaltata, il buio è stato squarciato e Gesù che era morto ora vive e cammina tra noi.

Significativo l’inizio del Vangelo della risurrezione: “Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro” (Giovanni 20,1). Va al sepolcro con uno stato d’animo ancora sconvolto dal lutto e dalla sofferenza. Sono anche oggi le tenebre che il mondo sta vivendo, causate dal male e dalle innumerevoli morti delle guerre. Maria vede non solo una tomba spalancata, ma anche vuota, perché il corpo non c’era più. L’evangelista non dice che Gesù è uscito dalla tomba, ma che il sepolcro è aperto. Dio non aveva bisogno di togliere la pietra per far uscire il Risorto. Quella pietra è stata rotolata via per noi, perché noi potessimo entrare. Maria vede e corre da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava. Nel racconto troviamo un dettaglio bellissimo: i due corrono insieme, “ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro … ma non entrò” (vv.4.5). Perché? Perché l’amore arriva sempre prima. Eppure, arrivato lì, non entra e aspetta Pietro. La fede è corsa comunitaria: a volte corriamo noi, a volte abbiamo bisogno che qualcuno ci guidi, a volte dobbiamo fermarci per aspettare chi fa più fatica. Entrati nel sepolcro non trovano un corpo, ma dei segni. I teli posati là, il sudario piegato in un luogo a parte. È un ordine che parla di una vittoria calma, non di un furto frettoloso. Il Vangelo conclude con una frase che illumina anche la nostra vita: “Vide e credette” (v. 8). Vide che la morte non aveva potuto trattenere la vita. San Paolo, nella lettera ai Colossesi, ci lancia una sfida: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù” (3,1). Le cose di lassù non sono sogni tra le nuvole, ma lo stile di Dio. Cercare le cose di lassù significa scegliere l’onestà in un mondo di furbi, scegliere il perdono dove regna il rancore, scegliere la speranza quando tutto dice che non c’è più nulla da fare. Risorgere con Cristo significa smetterla di vivere schiacciati dalle logiche del profitto, della rabbia o della tristezza, alzare lo sguardo e capire che la nostra vita non finisce dentro un orizzonte materiale ma che ha il respiro dell’eternità, andando verso il Regno di Dio che è amore, giustizia e pace.

Il sepolcro aperto è l’invito rivolto a ogni uomo e donna che si sente prigioniero delle proprie tombe interiori. Entrare nel sepolcro, come hanno fatto Pietro e Giovanni, significa avere il coraggio di guardare in faccia la morte, il fallimento, il buio della nostra esistenza, ma anche toccare con mano l’assenza e trasformarla in presenza interiore. È necessario, però, guardare con l’occhio penetrante di chi ama, di chi nei particolari scorge i segni di una vita nuova. Entrare nel sepolcro oggi significa smettere di scappare dalle nostre ferite. Spesso temiamo che entrando nel nostro dolore troveremo solo disperazione; invece la Pasqua ci assicura che se entriamo con Cristo, troveremo solo i “teli posati”, i segni di una battaglia già vinta. Il sepolcro è aperto perché noi possiamo uscire dalla paura di morire, dalla paura di non essere abbastanza, dalla paura che il male abbia l’ultima parola.

Carissimi, la Pasqua non è una finestra chiusa su un passato glorioso, ma una porta spalancata sul nostro presente. Essere uomini e donne della Pasqua significa non rassegnarsi mai alla pietra posta sopra il cuore ma cercare quei segni che ci indicano la presenza Dio e del suo amore per noi. Non cerchiamo il Vivente tra i morti. Non cerchiamo Dio nelle vecchie abitudini o in una fede stanca che non ha più nulla da dire alla nostra quotidianità. Cristo è vivo! È vivo in quel desiderio di bene che sentite dentro. È vivo nel coraggio di chi ricomincia dopo un fallimento. È vivo in questo pane e in questo vino che tra poco diventeranno il Suo Corpo e il Suo Sangue. Non portate a casa solo il ricordo di una bella messa, portate il profumo della Risurrezione. A chi è triste, dite con la vita che la gioia è possibile; a chi è solo, mostrate che la fraternità esiste; a chi ha paura della morte, sussurrate con la pace del cuore che il sepolcro è vuoto. La Pasqua è l’inizio di una storia nuova.  Dire che Gesù è vivo, significa credere che esiste una sorgente di bene che nessuna bomba può distruggere, nessuna crisi economica può esaurire e nessuna cattiveria può soffocare. Per noi credenti, la Risurrezione è il fondamento della gioia e della felicità. La Pasqua ci dà il diritto di sperare anche quando non ci sono ragioni umane per farlo. Portiamo con noi la certezza che nessuna notte è così lunga da impedire al sole di sorgere.

Il mio augurio pasquale è che possiate tutti vivere da risorti, nella quotidianità della vita, diventando testimoni di pace per l’intera umanità.  Abbiate il coraggio, anche nelle situazioni più dure e difficili annunciare che siamo fatti per la luce. In un mondo che sembra aver perso la bussola, il Risorto è il punto fermo per tutti, credenti e non credenti, perché ci dice che l’amore è più forte dell’odio e che la verità è più potente della menzogna. Non siamo fatti per restare chiusi nei nostri egoismi o nelle nostre paure. Siamo figli della Pasqua.

Buona Pasqua di speranza e di luce.

                                                                       + Giuseppe Pellegrini, vescovo