Giovedì Santo, messa del Crisma in San Marco

Stamattina, in Duomo concattedrale san Marco si è tenuta la solenne celebrazione della Messa del Crisma, presenti: il Vescovo Giuseppe Pellegrini, il vescovo emerito Ovidio Poletto, i sacerdoti, religiosi e diaconi della diocesi. Riportiamo qui l’omelia pronunciata dal Vescovo S.E. Pellegrini. Nel corso della celebrazione sono anche stati ricordati gli anniversari dei sacerdoti diocesani (in calce). Come ogni anno, anche questa mattina i sacerdoti hanno offerto al fondo di solidarietà diocesano parte del loro stipendio (l’anno scorso sono stati raccolti più di 40.000 euro nella medesima celebrazione).

Alla Messa Crismale, era presente anche la sig.ra Questore di Pordenone per consegnare e versare l’olio derivante dal Giardino di Capaci a Palermo.

Si ricorda che nel pomeriggio S.E. Pellegrini sarà presente in carcere a Pordenone per celebrare la lavanda dei piedi e impartire il sacramento della Confermazione ad un detenuto che in questo periodo si è preparato con un percorso catechistico. Alle 20.30 ritorna in San marco per celebrare con i fedeli la Messa in Coena Domini.

OMELIA DEL VESCOVO PELLEGRINI – MESSA DEL CRISMA

Siamo una sola cosa (cfr. Giovanni 17,21)  

Carissimi confratelli, fratelli e sorelle tutte, benvenuti a questa eucaristia che ci introduce nelle celebrazioni del Triduo pasquale. “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Luca 4,11). Queste parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth sono appena risuonate tra di noi, in questa Concattedrale, cuore – insieme alla Cattedrale – della nostra Chiesa locale. In questo momento non stiamo vivendo un semplice ricordo storico, ma la proclamazione di un evento attuale: riviviamo l’unzione dello Spirito che ci costituisce popolo sacerdotale e – in modo più specifico – ci fa presbiteri e diaconi, uniti attorno al proprio vescovo. 

La prima lettura ci ha ricordato che lo Spirito del Signore è su di noi, perché dal momento in cui siamo consacrati con l’unzione siamo anche “chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio” (Isaia 61,6). Tale particolare unzione dello Spirito che noi presbiteri e diaconi abbiamo ricevuto nell’Ordine Sacro, non è un titolo onorifico personale, ma un sigillo di appartenenza ad un unico corpo. È un’unzione che traccia il profilo della nostra identità di mandati a portare il lieto annuncio ai poveri. Nel contesto odierno segnato spesso dall’individualismo e dalla frammentazione, è importante e necessario che riscopriamo e ci ridiciamo che l’unzione dello Spirito è la stessa per ogni ordinato, e ci rende parte di un’unica sinfonia che ci abilita non solo a “fare” per gli altri, ma ad “essere” con i fratelli. L’unzione che unisce è il cardine della Messa Crismale. Ce lo ha ricordato papa Francesco nella sua prima omelia della Messa del Crisma il 28 marzo 2013. Servendosi dell’immagine del salmo 133: “Ecco com’ è bello e com’ è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato che scende sulla barba … e sull’orlo della sua veste”, ci rammenta che per noi l’unzione dello Spirito non può rimanere chiusa in se stessa ma scende dal capo ai piedi, per arrivare a tutti. L’olio profumato rappresenta la bellezza della comunione e dell’armonia che dall’alto scende a tutta la comunità. L’unzione che simbolicamente rinnoveremo fra poco nelle promesse sacerdotali è il ‘sacramento di comunione’ che ci ricorda che la dignità del nostro essere preti sta nel servire l’unità del corpo di Cristo.

Nel Vangelo Gesù si presenta come l’unto del Padre: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Luca 4,18). Sento queste parole come un invito a ritornare alla nostra vocazione originaria, quali portatori della misericordia e dell’amore di Dio, mettendoci a servizio della comunione con il Signore e tra di noi. Come Gesù non trattiene per sé l’unzione e non ne fa un privilegio, anche noi ministri, agendo in persona Christi, siamo chiamati a non trattenerla per noi ma a donarla alla Chiesa e al mondo. Noi siamo i custodi dell’olio della gioia che deve scorrere per raggiungere tutte le periferie dell’umanità. L’unzione oltre ad essere un balsamo per le ferite degli altri ai quali siamo mandati, aiuta anche noi ad essere più fratelli. È chiaro che l’unzione non è un segno di distinzione ma un sigillo di appartenenza a un unico corpo, passando dal ‘mio ministero’ al ‘nostro ministero’. Un presbitero che non ama e che non costruisce comunione è come il crisma che perde l’aroma: unge sì, ma non diffonde fragranza, perché non profuma. La fraternità è il profumo che rende credibile l’annuncio.

Una delle preoccupazioni più grandi di Gesù nell’ora del cenacolo è la comunione e la fraternità fra i discepoli. Come un padre di famiglia, circondato dai suoi figli nel letto di morte, Gesù apre interamente il suo cuore manifestando ai discepoli il suo ardente desiderio di unità tra di loro. E nella grande preghiera sacerdotale aggiunge, pensando proprio anche a noi: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una solo cosa; … perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17,20-21). La celebrazione di oggi mette in rilievo il forte legame tra l’unzione ricevuta, la cura delle relazioni fraterne e la missione condivisa. Fin dagli inizi del mio servizio episcopale tra di voi, 15 anni fa, è sempre stata viva l’attenzione alla dimensione della fraternità e della comunione nella nostra Chiesa diocesana e, in maniera particolare, tra noi consacrati. Già nelle Messa del Crisma del 2012 mi ero soffermato a riflettere su una delle dimensioni fondamentali del ministero ordinato: la nostra comunione presbiterale. Anche se non ero ancora inserito pienamente nella vita della nostra comunità cristiana e del presbiterio, l’esperienza maturata soprattutto a contatto con numerose Chiese e tanti missionari sparsi nel mondo, mi ha sempre fatto percepire che era interessante e vitale, per la vita di ogni comunità cristiana e per il benessere di ogni ordinato, la testimonianza gioiosa della comunione e della fraternità.  Arrivato, per grazia di Dio, a celebrare i 15 anni della mia presenza tra di voi, sento dal profondo del mio cuore di ringraziare ciascuno di voi – in questi giorni ho scorso i volti di ciascuno, compresi quelli che ci hanno preceduto nella dimora eterna – e di esortarvi appassionatamente a rendere ancora più forte, in questi tempi complicati e difficili per l’umanità, la testimonianza di vivere il al Vangelo di Gesù, volendoci ancora più bene, “perché tutti siano una cosa sola; come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” ( v. 21). Siete un bel presbiterio, variegato e generoso, con una evidente passione pastorale, che sa incontrare le persone nelle varie situazioni della vita. Schietto nel riconoscere i problemi, ma altrettanto pronto a reagire e a ripartire per il bene della comunità. Nel ricordare il 50° anniversario del terremoto, non possiamo dimenticare i tanti preti che con eroismo e dedizione in quella tragica vicenda sono stati vicini alla loro gente, sacrificando sé stessi per il bene di tutti. Anche questo ricordo mi conferma nell’affermare che la forza più grande nella nostra opera evangelizzatrice, come ci ha chiesto il Signore Gesù, sta nella testimonianza dell’unità, della comunione e della fraternità tra di noi. Il carattere, i diversi modelli formativi e culturali, i condizionamenti e le varie sollecitazioni, talvolta possono essere di ostacolo per una visione d’insieme e per una vita più unitaria. In quelle situazioni spesso si fa strada la tentazione del richiudersi in sé stessi, rallentando il passo della fraternità. Papa Leone nella Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro, scritta in occasione del XL anniversario del documento Presbiterorum Ordinis, ci ricorda che “La fraternità presbiterale va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore. … La cura reciproca, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci è affidato. … In un tempo di grandi fragilità, tutti i ministri ordinati sono chiamati a vivere la comunione tornando all’essenziale e facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel servizio umile e concreto” (Papa Leone XIV, Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, 8 dicembre 2025). Comunione e fraternità che nascono dalla scelta che Gesù ha fatto chiamandoci a vivere con Lui una relazione personale nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana e con l’unzione ci ha reso partecipi del suo ministero di salvezza.

            Tra i numerosi aspetti e atteggiamenti della comunione e della fraternità, desidero soffermarmi su uno che ritengo qualificante per noi come presbiterio e per la Chiesa tutta, che sintetizzo nell’espressione unità nella diversità, come ha tratteggiato san Paolo nella lettera agli Efesini al capitolo IV. Mentre nei versetti 4-5 scrive: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza … Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”, al versetto 7 dice: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”. Paolo delinea in questo modo le due componenti essenziali della Chiesa e di ogni comunità cristiana: l’unità e la diversità. Non si tratta di trovare un equilibrio tra i due aspetti, né di obiettivi da raggiungere tramite compromessi, ma di una nuova antropologia fondata su Gesù Cristo. Trattandosi di persone e non di cose, la diversità non limita mai l’unità. La comunione ecclesiale e la fraternità presbiterale si compiono veramente nella piena valorizzazione di ogni persona e dei singoli doni che lo Spirito Santo infonde in ciascuno di noi. La comunione ecclesiale non è la somma algebrica delle differenti diversità, perché il principio e il fondamento di tutto è lo Spirto Santo che anima e guida la Chiesa. San Paolo ci esorta a conservare l’unità nello Spirito, partecipando alla stessa vita divina. La diversità dei doni è la modalità attraverso la quale si manifesta la multiforme sapienza di Dio. Siamo diversi per doni, carismi, funzioni e sensibilità, ma indissolubilmente legati alla stesa linfa vitale: l’amore in Cristo che ci rende uno nel Padre. Infatti, il modello per eccellenza della comunione ecclesiale e della fraternità sacerdotale è la Santissima Trinità, come ci ha ricordato l’evangelista Giovanni: “Perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21).  

            Papa Leone, nell’omelia della Celebrazione eucaristica per l’inizio del Ministero Petrino più volte ci ha manifestato il suo grande desiderio: “Una Chiesa unità, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo nuovo e rinnovato. … Un’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. Questa è la strada da fare insieme, racchiusa nel suo motto. “Nell’unico Cristo noi siamo uno”.  La comunione e la fraternità si realizzano nella misura in cui convergiamo nel Signore Gesù. Più siamo uniti al Signore e più lo amiamo, più saremo unti tra di noi. Siamo tutti chiamati a pregare e a lavorare insieme, nella consapevolezza che la comunione è il frutto maturo dello Spirito Santo. E nell’omelia in occasione del Giubileo dei sacerdoti ci ha ricordato che: “Il ministero sacerdotale è un ministero di santificazione e di riconciliazione per l’unità del Corpo di Cristo (cfr. Lumen Gentium, 7). Per questo il Concilio Vaticano II chiede a tutti i presbiteri di fare ogni sforzo per condurre tutti all’unità della carità, armonizzando le differenze perché nessuno possa sentirsi estraneo (cfr. Presbiterorum Ordinis, 8)”. Cito per la vostra meditazione personale, altri due passaggi dai discorsi del papa al clero di Roma. 

° “Dobbiamo vigilare perché, oltre al contesto culturale, la comunione e la fraternità tra di noi incontrano anche alcuni ostacoli per così dire “interni”, che riguardano la vita ecclesiale della Diocesi, le relazioni interpersonali, e anche ciò che abita nel cuore, specialmente quel sentimento di stanchezza che sopraggiunge perché abbiamo vissuto delle fatiche particolari, perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati, o per altri motivi. Io vorrei aiutarvi, camminare con voi, perché ciascuno riacquisti serenità nel proprio ministero; ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola. Nutriti da questa linfa, riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda (cfr. Rm 12,10); avvertiamo il bisogno dell’altro per crescere e per alimentare la stessa tensione ecclesiale. La comunione va tradotta anche nell’impegno in questa Diocesi; con carismi diversi, con percorsi di formazione differenti e anche con servizi differenti, ma unico dev’essere lo sforzo per sostenerla. A tutti chiedo di porre attenzione al cammino pastorale di questa Chiesa che è locale ma, a motivo di chi la guida, è anche universale. Camminare insieme è sempre garanzia di fedeltà al Vangelo; insieme e in armonia, cercando di arricchire la Chiesa con il proprio carisma ma avendo a cuore l’essere l’unico corpo di cui Cristo è il Capo” (12 giugno 2025).

° “Imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale” (19 febbraio 2026).

Al termine del Giubileo dell’anno 2000, papa Giovanni Paolo II tracciando il programma per la Chiesa del terzo millennio nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, al n. 43 scrive: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Che cosa significa questo in concreto? … Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come «uno che mi appartiene», per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un «dono per me», oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper «fare spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita”.

Carissimi confratelli, nel giorno della nostra ordinazione, dopo che il Vescovo ci ha imposto le mani per invocare il dono dello Spirito Santo, anche il presbiterio presente lo ha fatto, quale segno dell’ingresso e dell’appartenenza all’ordine presbiterale, nella consapevolezza che il pensiero, lo stile e il lavoro di ciascuno, da ora in poi, incidono sull’intero corpo. È qui che si realizza il passaggio da una vocazione percepita come ‘mia’ a una chiamata vissuta come ‘nostra’. Essere insieme e lavorare insieme tra preti, fa bene a ciascuno di noi, aiutandoci a moderare le visuali, a correggerle o ad arricchirle, a sostenerci nelle difficoltà e nelle fatiche e a camminare insieme con la comunità. Fa bene anche alla gente vedere dei preti che stanno bene insieme, che lavorano insieme e che si vogliono bene. Essere insieme, però, non può ridursi alle buone intenzioni ma deve tradursi in buone azioni e in una nuova modalità di essere preti. Provo a sbilanciarmi un po’: vivere il ministero ordinato senza essere eccessivamente preoccupati del nostro ruolo. Quando penso cosa può significare per me vescovo, mi vengono alla mente le parole che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (Marco 10,43). La modalità più bella e più vera per vivere il ministero di comunione e di fraternità è l’umiltà, che ci permette di non sentirci padroni della Grazia di Dio ma amministratori, fratelli tra fratelli, rendendo la missione della Chiesa credibile e feconda.  Nell’udienza generale del 22 maggio 2024, parlando delle virtù dell’umiltà, papa Francesco ebbe a dire: “Essa è la grande antagonista del più mortale tra i vizi, vale a dire la superbia. … L’umiltà riporta tutto nella giusta dimensione: siamo creature meravigliose ma limitate, con pregi e difetti. … L’umiltà è tutto. È ciò che ci salva dal Maligno e dal pericolo di diventare suoi complici”. L’umiltà ci fa essere padri, efratelli e non superiori. Non servono i titoli per essere pastori, per metterci al servizio e per camminare insieme con coloro che la Provvidenza ci ha affidati. Tutti siamo importanti e figli di Dio, senza tanti titoli o gradi sociali. Lo dico a me vescovo, a chi opera in Curia a vario titolo, ai professori ed educatori del Seminario e dello Studio Teologico, ai parroci, vice parroci, ai collaboratori e anche a chi non esercita un ministero diretto. Tutti siamo chiamati ad amare!

Vi ringrazio per la vicinanza e l’affetto dimostrato in questo XV anniversario di servizio episcopale con voi e per voi. Invochiamo lo Spirito Santo perché faccia di noi “un solo corpo, un solo spirito” (Efesini 4,4).  Buon Triduo pasquale e una buona Santa Pasqua.

+ Giuseppe Pellegrini, vescovo

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ANNINVERSARI DI ORDINAZIONE DEI SACERDOTI DIOCESANI

VESCOVI

ANNIVERSARIO DELL’ORDINAZIONE EPISCOPALE 1S. E. Mons. GIUSEPPE PELLEGRINI

ANNIVERSARIO DELL’ORDINAZIONE SACERDOTALE: 68° S. E. Mons. Ovidio Poletto

PRESBITERI CHE RICORDANO GLI ANNIVERSARI DELLA LORO ORDINAZIONE PRESBITERALE

80° TASSAN GIOVANNI

65°

  1. Tesolin Giacomo

    60°

    1. Biscontin Gioacchino
    2. Cesco Pietro
    3. Colussi Pier Aldo

    50°

    1. Moro Lino
    2. Pitton Giancarlo

    30°

    1. Dal Santo William

    25°

    1. Gambato Davide
    2. Ghiurca Ciprian
    3. Vaccher Ezio

    10°

    1. Dorta Giovanni OSB

      CONCELEBRAni PER LA PRIMA VOLTA DELLA S. MESSA CRISMALE

      1. Mior Riccardo
      2. Puiatti Marco

      DEFUNTI:

      Ricordiamo al Signore coloro che vivono alla Sua presenza nella comunione dei Santi, dal mese di aprile 2025:

      • Sac. Giancarlo Peggio, 02 giugno 2025
      • Sac. Vitaliano Papais, 08 giugno 2025
      • Mons. Lino Garavina, 09 giugno 2025
      • Mons. Arcidiacono Dario Roncardin, 12 giugno 2025
      • Sac. Gualtiero Bertolo, 18 giugno 2025
      • Sac. Franco Zanus, 21 luglio 2025
      • Sac. Sante Neri, 27 luglio 2025
      • Sac. Gino Doro, 29 ottobre 2025
      • Mons. Sergio Deison, 31 ottobre 2025
      • Mons. Remigio Clozza, 3 novembre 2025
      • Sac. Bruno Panont, 30 novembre 2025