Commento al Vangelo
Domenica 18 ottobre, commento di don Renato De Zan
18.10.20026 – 29° domenica del T.O, anno A
Mt 22,15-21
In quel tempo,15 i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
Il Testo
1. Dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme (Mt 21,1-11) e la cacciata dei venditori dal tempio (Mt 21,12-17), Gesù inizia un attacco frontale nei confronti dei capi dei sacerdoti e degli anziani (Mt 21,23-22,14): la reazione non si è fatta aspettare. I nemici di Gesù si accordano per coglierlo in fallo, condannarlo e toglierlo di mezzo. Il primo tentativo non viene compiuto direttamente dai nemici di Gesù, i farisei, ma per mezzo dei loro discepoli e degli erodiani (Mt 22,15-21)
2. Il testo di Mt 22,15-21 viene introdotto dal solito incipit liturgico “In quel tempo…” con la soppressione dell’avverbio “allora”. Mt 22,15-16a descrive brevemente lo scenario. Mt 22,16b-17, presenta la domanda dei discepoli dei farisei e degli erodiani a Gesù: “è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Segue l’articolata risposta di Gesù (Mt 22,18-21a): il Maestro svela il loro progetto di metterlo alla prova, chiede che gli venga mostrata una moneta e chiede a chi appartenga l’effige della moneta. La risposta è: “Di Cesare”. In Mt 22,21bc Gesù formula la sua risposta: “Dare a Cesare il suo e a Dio il suo”.
L’Esegesi
1. Il testo va letto su due piani. Quello del Gesù storico e quello della Chiesa nascente. A livello del Gesù storico, i farisei volevano coglierlo in fallo. Non volevano cercare la verità. La domanda era una scusa. Gesù, “conoscendo la loro malizia”, li smaschera subito e li costringe a venire allo scoperto con una strategia tipicamente rabbinica. È lui a porre la domanda, dalla cui risposta emergerà la conclusione. Se Gesù avesse risposto subito dicendo che bisognava pagare le tasse, lo avrebbero accusato di essere filo romano e Gesù sarebbe diventato immediatamente inviso al popolo e nemico di Dio, unico sovrano del popolo ebraico. Se avesse negato la liceità del pagamento, sarebbe stato accusato immediatamente dagli erodiani, filo-romani, di essere un sovversivo. L’effige di Cesare – la moneta ovviamente era romana perché le monete ebraiche non avevano nessuna immagine umana – permette a Gesù di sciogliere il problema: bisogna restituire a Cesare ciò che gli è proprio (tasse), senza dimenticarsi di dare a Dio ciò che è di Dio (obbedienza totale).
2. A livello di Chiesa nascente il racconto scioglieva un problema non facile. Pagare le tasse significava riconoscere l’autorità suprema dell’Imperatore? Ma in questo modo Gesù, il Risorto, non sarebbe più stato il Kyrios del cristiano. La risposta di Gesù scioglie l’enigma. Il dato è così chiaro che in Rm 13,3-7, Paolo può esprimere il nocciolo della dottrina socio-politica della Chiesa primitiva: “I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, 4 poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene…Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse (all’impero); a chi l’imposta, l’imposta (alla provincia); a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto”.
3. Ma che cosa è di Dio? Una risposta sintetica e completa si ha in Dt 6,4-5: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. L’amore verso Dio non è pura emozione perché in ebraico l’amore verso Dio implica l’emozione e la fiducia obbedienziale totale. Questa emozione-fiducia-obbedienza è completata dal dono del cuore, che in ambito ebraico implica l’intelletto e la volontà. Il dono dell’anima non è ciò che noi possiamo pensare, perché in ebraico “nèfesh” indica la personalità più intima dell’uomo con emozioni e desideri (Christopher J.H. Wright). Infine, il dono di tutte le forze (in ebraico “me’od”) indica “il massimo” che una persona può essere e avere. Ecco, tutto questo appartiene a Dio.
Il Contesto Celebrativo
1. La prima lettura (Is 45,1.4-6) presenta Dio come colui che guida la storia degli uomini e i sovrani – nel caso concreto, Ciro il grande – sono nella sue mani. La Colletta propria, invece, presenta una novità interessante. Nella mano di Dio è scritto il nome di ognuno di noi. Si tratta di una allusione all’immagine e all’iscrizione della moneta presentata a Gesù. Inoltre, si chiede a Dio che “nessuna autorità abusi della propria forza e si ponga sempre a servizio del bene”. è un richiamo a 1Tm 2,1-2: “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.