Domenica 1 novembre: tutti i Santi

Beato Angelico (da Wikipedia, di pubblico dominio)

01.11.2026  Solennità di tutti i Santi

Mt 5,1-12a

In quel tempo, 1 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.4 Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.5 Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Beati, quando scegliete di essere come Lui

Il Testo

1. Il discorso della Montagna (Mt 5,2-7,27) è il primo discorso di Gesù che Matteo riporta nel suo vangelo. All’inizio di tale discorso, come un grande portale di una cattedrale, si collocano le beatitudini, una pagina della letteratura universale. La Liturgia ha aggiunto il solito incipit “in quel tempo” e ha soppresso Mt 5,12b (“Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi”), forse perché i santi sono già dei profeti e, quindi, non hanno bisogno di essere paragonati.

2. Il testo della formula evangelica si suddivide in due parti. C’è un inizio (Mt 5,1) che presenta la scena: Gesù è seduto sul monte, ha davanti la folla e attorno i suoi discepoli. Segue il testo delle Beatitudini (Mt 5,2-11a). Questo testo si divide in due parti. La prima parte (Mt 5,3-10) riporta otto Beatitudini alla terza persona plurale. La seconda (Mt 5,11-12), una Beatitudine alla seconda persona plurale.

L’Esegesi

1. “Beato” non significa esattamente “felice”, ma “amato da Dio” e, quindi, “salvo”. È, infatti, chiarissima l’espressione “di essi è il regno dei cieli” (vv.3.10) e le altre equivalenti. Da questa semplice constatazione nasce una domanda: in passato qualcuno ha detto che le Beatitudini prendono il posto dei dieci comandamenti. Gesù, infatti, come Mosè, dalla montagna propone la nuova legge: è vero? No, non è vero. Le Beatitudini certamente non sono una nuova Legge, altrimenti i cristiani sarebbero chiamati a salvarsi da soli: basta osservare la Beatitudini! Sappiamo, invece, che i cristiani non si salvano “per merito”, ma “per grazia: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Ef 2,8; cf Rm 3,24). Le opere del Cristiano danno testimonianza alla fede: “Mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,18).

2. Le prime otto Beatitudini sono incluse dell’espressione “di essi è il regno dei cieli” (vv.3.10). A loro volta sono divise in due strofe di quattro Beatitudini ciascuna perché nella quarta e nell’ottava si trova il tema della “giustizia”, una ripetizione che aiuta il lettore ad accorgersi delle due strofe. Queste strofe vanno lette in parallelo. Per noi occidentale il caso più evidente si legge nei vv. 5 e 9. Un breve eempio di lettura in parallelo: chi sono i “miti” (3a beatitudine della prima strofa)? Sono gli “operatori di pace” (3a beatitudine della seconda strofa)). Diventa, perciò abbastanza facile capire le Beatitudini, servendosi della struttura strofica parallela.

3. Alla domanda – che cosa significa “miti”? – oltre alla risposta che viene dall’analisi letteraria esiste, anche, a livello di lettura esegetico-teologica, una seconda linea interpretativa. Gesù dirà: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). Essere “miti” significa “essere come Lui”. Questa linea interpretativa va estesa a tutte le Beatitudini. In breve: le beatitudini non sono una Legge, ma una “buona notizia”. Chi vive o sceglie di vivere quei valori è “amato da Dio” perché sta imitando il Figlio. È la raccomandazione di 1 Gv 2,6: “Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato”.

Il Contesto Celebrativo

Il 13 Maggio del 609 papa Bonifacio IV– con il consenso dell’imperatore Foca – consacra il Pantheon di Roma in basilica cristiana, dedicandola a “S. Maria ad Martyres. Con l’anno 835 la comunità cristiana di Roma incominciò a venerare insieme ai martiri anche i “confessori” (coloro che hanno praticato in modo eroico le virtù evangeliche) e la commemorazione venne spostata dal mese di Maggio al 1 di Novembre, facendo precedere la solennità da un giorno di digiuno. Tale consuetudine romana, nel 1570, venne assunta dal Messale di Pio V per la Chiesa universale. Nella liturgia di Paolo VI troviamo le stesse letture della liturgica di Pio V: le Beatitudini secondo Matteo (Mt 5,1-12) e il testo dell’Apocalisse sui 144.000 segnati (Ap 7,2-12).

2. Il testo eclogadico (fatto da versetti scelti) della prima lettura (Ap 7,2-4.9-14) sopprime l’elenco dei 144.000 segnati con cui le letteratura semitica indicava una immensità, moltiplicando il numero per il suo multiplo (12 x 12.000). In Ap 7,9, infatti, l’autore dice: “Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”. Questo sono i salvati, i santi che non si identificano solo con quelli che la Chiesa ha canonizzato.

La seconda lettura (1Gv3,1-3) in maniera teologicamente impegnata, dice fondamentalmente che la radice della santità si colloca nella figliolanza che Dio ha donato ai credenti e che lo stadio finale di tale figliolanza consiste nell’essere simili a Dio “perché lo vedremo così come egli è”.

Renato De Zan