Pordenonelegge
Zanzotto e Zeffirelli: una storia da riscoprire
“Quando Federico Fellini decise di realizzare il suo film “Il Casanova”, scrisse una lettera ad Andrea Zanzotto chiedendogli dei testi poetici in veneto per alcune scene del film. Il poeta accolse l’invito e scrisse dei versi che poi sono diventati la base per la sua raccolta poetica Filò. Quei versi compaiono nel film principalmente nella scena iniziale del Carnevale sul Canal Grande e nella scena della gigantessa a Londra, con la musica di Nino Rota, che si avvicinò a quei versi così ‘liquidi’ con rispetto, realizzando una partitura molto delicata”. A parlare è il musicologo Roberto Calabretto, che assieme a Gian Mario Villalta animerà l’incontro di sabato 19 settembre (ore 16,30) nella Mediateca di Cinemazero (in piazza Cavour – Palazzo Badini) su “Filò, cinquanta anni dopo. Zanzotto: il cinema, la musica, il dialetto”.
A 50 anni dalla pubblicazione di “Filò” e dall’uscita del film “Il Casanova”, il poeta e il regista – due grandi del Novecento – si incontrano idealmente a pordenonelegge 2026 (non risulta, infatti, che si siano mai incontrati fisicamente) dopo i rapporti di collaborazione che ebbero all’epoca. Alla richiesta di Fellini, Zanzotto ingaggiò un corpo a corpo con il dialetto. Fellini lo invitava a sperimentare in veneto, come aveva già fatto con il petèl infantile in La Beltà. Non sarà un esperimento, ma un’esperienza, che portò Zanzotto a riflettere sulla poesia, sulla musica e sulla lingua, aprendo una nuova significativa stagione della sua poesia. E proprio su questo rapporto tra poesia e musica insiste Calabretto citando un’altra musica ispirata da Filò: quella di Claudio Ambrosini, che nel 2003 ha composto “Dai Filò di Zanzotto”, un’opera musicale concepita come un trittico per quattro voci femminili e pianoforte. Il lavoro esplora il profondo legame tra la parola poetica dialettale e colta di Zanzotto e la tessitura sonora, trasformando i suoni, i ritmi e le fonie dei versi in partitura musicale.
Il percorso poetico di Zanzotto, fondamentale nella poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, ha saputo recuperare lingue, forme e culture più o meno defunte rivitalizzandole, come scrisse Fortini, in “un’oltranza informale, esorbitante, lacerante”.
“Filò” è la quintessenza, magari in una forma più cordiale rispetto ad altri libri, di questi elementi chiave della poesia di Zanzotto. L’uso ampio del petèl, lingua infantile che ha la concretezza del parlato ma è anche piena di misteriosi richiami, porta la raccolta in questa direzione. Lo stesso felice sodalizio con Fellini è l’esito di una comune visione della storia e delle origini, il comune inseguimento di archetipi travestiti da fantasie private e viceversa.
Nico Nanni