Commento al Vangelo
Domenica 20 settembre, commento di don Renato De Zan
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7 Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
I miei pensieri – dice Dio – non sono i vostri pensieri
Il Testo
1. Molti studiosi ritengono che Mt 19,1-28,20 siano serviti all’evangelista per sviluppare una tematica forte: la rivelazione di Gesù come Messia, rifiutato da Israele ed esaltato da Dio. All’interno di questi capitoli, quasi all’inizio, l’evangelista colloca la “parabola” (si tratta letterariamente di una similitudine: “Il regno dei cieli è simile a…”) degli operai mandati nella vigna. Si tratta di un modo forte, di grande impatto, per spiegare che Dio non ragiona secondo gli uomini.
2. Alla pericope biblica, la Liturgia ha aggiunto un incipit corposo: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola”. La formula evangelica che ne emerge, si può tranquillamente suddividere in due parti: nella prima si trova la similitudine (Mt 20,1-15) e nella seconda (Mt 20,16) si trova la “morale” sotto forma di un proverbio sapienziale. Si tenga presente che la similitudine è, a livello narrativo, divisa in due pari. Nella prima (Mt 20,1-7) il testo è dominato dalla “uscita” (vv. 1.3.5.6) del padrone alle varie ore del giorno (alba, nove, mezzogiorno, tre, cinque). La seconda (Mt 20,8-15) avviene “quando fu sera” con la retribuzione e la discussione tra Gesù e un operaio della prima ora.
L’Esegesi
1. La prima parte della similitudine si dilunga perché il lettore colga principalmente due cose. La prima riguarda la quantità di tempo dedicato al lavoro. C’è chi lavora dodici ore, chi invece, nove o sei e chi addirittura tre o una soltanto. La seconda riguarda il contratto. Il padrone stipula un contratto solo con gli operai delle sei del mattino e la somma è un denaro. Con gli altri operai il padrone non fa contratti, ma dice semplicemente “quello che è giusto ve lo darò”.
2. Al momento di dare la paga, si incomincia da chi ha lavorato un’ora soltanto e gli viene dato un denaro come a chi ha lavorato dodici ore. La ribellione è umanamente comprensibile: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. La risposta del padrone si articola in tre momenti. Prima, il padrone ricorda ai lavoratori della prima ora il contratto ed egli lo ha rispettato. Poi, mettendo in evidenza con una domanda il fatto che delle proprie cose può fare ciò che vuole, giustifica il denaro a tutti gli altri. Infine, c’è una seconda domanda. Il padrone, dopo aver evidenziato, in greco, come “l’occhio dell’interlocutore sia malvagio” (traduzione italiana: “sei invidioso”) chiede se il padrone può essere “buono”, cioè fuori dagli schemi umani e giuridici.
3. Dio, con gli Ebrei, aveva stabilito un patto e sulla linea di quel patto si manifesta la salvezza. Con gli altri (i cristiani), invece, Dio aveva stabilito che la salvezza sarebbe avvenuta per grazia: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Ef 2,8). Alla luce di questa breve precisazione, si comprende la conclusione: “Così gli ultimi (= ebreo-cristiani e pagano-cristiani) saranno primi e i primi (=Ebrei), ultimi”. Non è sempre facile accettare che sia Dio a mettere le regole del gioco perché alle volte sembra che contraddicano i nostri piccoli pensieri.
Il Contesto Celebrativo
La scelta della Liturgia è ottima. Come prima lettura, infatti, è stata scelta la pericope di Is 55,6-9 dove il perdono di Dio (“Dio, che largamente perdona”) è giustificato con il modo di pensare di Dio. Tale modo di pensare è sintetizzato con chiarezza in Is 55,8: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”. La Colletta propria, un vero gioiellino eucologico, evidenzia nell’amplificazione dell’invocazione il concetto isaiano: “Le tue vie sovrastano le nostre vie quanto il cielo sovrasta la terra”. Segue, poi, nella petizione la domanda di poter essere operai nella vigna del Signore “senza contare meriti e fatiche”. Sullo sfondo, c’è la verità della lettera agli Efesini: siamo salvati per grazia.