L'editoriale
La vita: un’Odissea
Simonetta Venturin
In queste notti estive illuminate dai cinema all’aperto divampa la passione per un film nuovo di zecca eppure assai antico: “Odissea” del regista Christopher Nolan, che in due settimane di programmazione si annuncia uno dei più grandi successi del 2026 (700milioni di dollari di incassi in quindici giorni, previsto il record dei due miliardi). Se questo accade, molto si deve all’indiscussa sapienza del regista che rifugge dalle immagini costruite artificialmente, si ostina nella veridicità delle scene. E’ riuscito infatti a realizzare un lungometraggio interamente con cineprese a pellicola, riducendo al minimo la computer-grafica e girando 90 ore di materiale e due milioni di piedi di pellicole (oltre 600 km), poi condensati in 172 minuti di film.
Anche il dove ha girato conta: fedele al suo stile analogico – per volontà di autenticità – Nolan ha evitato i teatri di posa, le ricostruzioni di carta pesta degli studi cinematografici di ieri come delle riproduzioni virtuali con Ai di oggi, viaggiando per mesi lungo le rotte marittime, toccando l’Italia (Sicilia, isole Eolie, Favignana, litorale di Ostia), il Marocco, l’Islanda e la Scozia.
Non è da meno il cast, scelto tra i migliori interpreti. Protagonisti: Matt Damon nei panni di un Ulisse possente e astuto, campione di credibilità e presenza scenica; Anne Hathaway una Penelope che resta sì in attesa del vagabondaggio avventuroso del marito ma non acriticamente né apaticamente: prima esorta Ulisse a non partire, poi sa difendersi contro i pretendenti alla corona usando l’unica arma che possiede, il telaio, e al il ritorno dell’errante – da regina – lo mette alla prova, memore della solitudine cui è stata da lui condannata, bloccata sull’isola a prendersi cura del regno e del figlio Telemaco.
Elogiato dai critici e premiato dal pubblico, il film ha ricevuto una stroncatura dalla grecista inglese Emily Wilson, autrice di una recente traduzione del testo omerico, che ha trovato l’opera del connazionale Nolan superficiale e priva di pathos specie nella resa dei personaggi femminili.
Al di là di questo, comunque, al cinema stanno correndo in tanti per vederlo. E allora c’è da chiedersi perché un classico, raccontato da centinaia di pellicole, portato sulle tavole dei teatri, reso fumetto per bambini, tradotto e ritradotto dagli studiosi, fonte di ispirazione per capolavori in prosa e in versi della letteratura di ogni tempo da geni come Virgilio, Dante e Joyce, sia ancora così attrattivo. Tra le molteplici risposte possibili una potrebbe condensarle: perché in esso è racchiusa la vita, vissuta o sperata, sognata o capitata; perché le avventure e disavventure di Ulisse sono in macro quello che in micro capita o può capitare un po’ a tutti, anche senza licenze lunghe quanto quella di Odisseo (il nome primo dell’eroe dall’ingegno multiforme).
Abbiamo ancora un mondo in guerra ed è la guerra a muovere i piedi e la nave di Ulisse; come lui qualcuno lungo la vita si imbatte in incontri che distraggono i passi dal cammino deciso (Calipso, Circe), altri in impedimenti e sfide enormi (Polifemo) a cui non è possibile sottrarsi e la lotta per farcela è dura; altri periscono per i loro stessi errori o per un destino soverchiante e infelice; altri ancora sono delusi e derisi per passi sbagliati legati alla fragilità di esseri umani. Il desiderio d’avventura è indomito nel cuore dell’uomo: chi parte prima sogna giorni nuovi e audaci, poi un ritorno assicurato. Perché – è qui sta la chiave di volta – il vagabondaggio di Ulisse è metafora della vita di ciascuno: con un sogno, una casa, un amore, un dovere e con difficoltà, incertezze e imprevisti che si frappongono al pieno godimento dell’esistenza.
Lo aveva ben capito lo scrittore greco Costantino Kavafis, autore della poesia “Itaca”: il viaggio è importante ma la meta di più e, se la vita è come il lungo peregrinare di Ulisse, allora non possono troppo spaventare gli incontri pur paurosi né distrarre le melodiose sirene quando la meta è salda nell’animo, perché sarà la meta stessa a guidare i passi, bussola che li ri-orienta. Allora auguriamoci con le parole del poeta: “Che la strada sia lunga, fertile in avventure ed esperienze” e “che i mattini d’estate siano tanti” perché “Itaca ti ha dato il viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla via”.