Commento al Vangelo
Domenica 7 giugno, commento di don Renato De Zan
Gv 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Chi mangia la mia carne ha la vita eterna
Il Testo
1. La formula evangelica, Gv 6,51-58, è un brano tratto dal dialogo teologico fatto da Gesù con i Giudei nella sinagoga di Cafarnao. La Liturgia ha posto all’inizio un incipit esplicativo: “In quel tempo, Gesù disse alla folla”. Il testo è ben delimitato da una forte inclusione che isola bene il testo, rendendolo particolarmente importante all’interno del lungo dialogo (Gv 6,22-66). L’inclusione è data da queste due frasi: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” al v. 51 // “Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” al v. 58.
2. La struttura è concentrica, dando, dunque, un importanza notevole alla parte centrale. Nel segmento /a/ dei vv. 51-52 si trova il binomio “carne + mangiare” che si ripresenta leggermente modificato (“mangiare + me”) nei vv. 55-56, formando il segmento /a’/. Nel v. 53 si trova il segmento /b/ composto da un secondo binomio, “carne + sangue”. Lo si ritrova nei vv. 55-56 e forma il segmento /b’/. Al centro, il segmento /c/ si colloca il v. 54 che contiene il cuore del messaggio: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
L’Esegesi
1. Il testo evangelico dice ripetutamente che l’Eucaristia è innanzitutto una “azione”. Solo secondariamente può essere una “adorazione”. L’adorazione dell’Eucaristia è una bellissima devozione nata agli inizi del secondo millennio, nel Nord-Europa. Da questa esperienza nasce la solennità del “Corpus Domini”. Lo scopo dell’Eucaristia resta sempre l’anamnesi del Mistero Pasquale. Il Canone della Messa, infatti, subito dopo le parole della istituzione, dice: “Celebrando il memoriale della morte e resurrezione del tuo Figlio…”.
2. Mangiare la carne e bere il sangue di Gesù sono due azioni, sia materiali sia di fede, che per il credente sfociano in una realtà soprannaturale: la vita eterna già oggi. Se prestiamo attenzione a queste due affermazioni di Gesù (“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna // “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”) ci è più chiaro comprendere cosa sia la vita eterna. La vita eterna è dimorare in Lui e Lui in noi, da ora e per sempre.
3. Non solo. Mangiare la carne e bere il sangue di Gesù è una azione che contiene in sé un promessa solenne del Maestro: il credente verrà risorto nell’ultimo giorno. L’Eucarestia è, dunque, garanzia sicura di eternità e di resurrezione. La manna, anch’essa pane disceso dal cielo, non ha le caratteristiche della carne e del sangue di Gesù, vero pane disceso dal cielo.
4. Nonostante le apparenze – mangiare la sua carne e bere il suo sangue – la riflessione di Gesù non ha proprio niente di simbolico. La reazione dei presenti è energica: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. È chiara l’impossibilità umana di comprendere l’Eucaristia. Gesù rifiuta di dare una risposta di valore simbolico. Si tratta di “mangiare” la sua carne e di “bere” il suo sangue. Gesù parla di realtà. Il pane “è” il suo corpo (“il pane che io darò è la mia carne”), il vino “è” il suo sangue. L’affermazione di Gesù è esplicita e forte. Non a caso adopera l’aggettivo greco “alethès” che significa vero, sincero, autentico, reale, ecc.: “Perché la mia carne è vero (“alethès”) cibo e il mio sangue vera (“alethès”) bevanda”.
Il Contesto Celebrativo
1. Mentre la prima lettura, Dt 8,2-3.14b-16a, testimonia l’amore provvidenziale di Dio verso gli Ebrei nel deserto attraverso il dono della manna, la seconda lettura, 1Cor 10, 16-17, vede nell’Eucaristia il segno più alto dell’unità dei cristiani. Nell’amplificazione della Colletta generale viene messo in luce il valore dell’Eucarestia: è “il memoriale della sua Pasqua”. La Colletta propria, invece, si premura di evidenziare che la celebrazione dell’Eucaristia è composta da due mense inseparabili: la mensa della Parola e la mensa del Corpo e Sangue di Cristo.
2. Giustamente la teologia parla di presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Il concetto, poi, che la teologia adopera per indicare la presenza reale è detto “transustanziazione”. Si tratta di un concetto legato a una certa corrente filosofica. S. Tommaso d’Acquino ha parlato di transustanziazione, ma verso la fine della sua vita aveva optato per “conversione”.