Pinzano, 2 maggio, celebrazione del Vescovo Pellegrini: tenacia, resilienza e solidarietà furono la risposta dei friulani all’Orcolàt

Carissimi tutti, con questa celebrazione iniziamo una serie di appuntamenti che ci vedranno insieme in questi giorni per ricordare il 50mo Anniversario del disastroso terremoto, l’Orcolat, che la sera del giovedì 6 maggio 1976, alle ore 21.00 ha distrutto buona parte del territorio friulano.  Un saluto al parroco don Italico, agli altri preti concelebranti e alle comunità parrocchiali presenti. Saluto le autorità civili: il sindaco di Pinzano e gli altri sindaci della zona, il sig. Ministro e gli altri parlamentari, le autorità regionali. Un affettuoso saluto alle autorità militari e agli Alpini del pordenonese e di altri gruppi che con questa celebrazione ricordano in modo particolare la vicinanza ai terremotati e il loro lavoro per la ricostruzione. Questa celebrazione è un’occasione per ricordare la grave devastazione e le tante morti, ma anche per esprimere la gratitudine a tutti coloro che si sono attivati per il soccorso e gli aiuti.

In quei 59 secondi, iniziati con un tremendo boato e avvolti dalla distruzione, dalla desolazione, dalle grida dei feriti e dal buio fittissimo, tutto sembrava perduto. Non si conosceva ancora la portata della distruzione e la notte, per la quasi totalità della popolazione, fu trascorsa all’aperto. Solo il sorgere del sole rivelò le reali dimensioni della catastrofe: 990 morti, almeno il triplo di feriti e 90.000 sfollati. 20.000 furono le abitazioni distrutte e 80.000 danneggiate. Nel pordenonese i comuni colpiti furono tredici, molte di più le parrocchie e si contarono una quarantina di vittime con moltissimi feriti. In questo comune di Pinzano un quinto delle case crollarono uccidendo 13 persone. Gravi danni avevano subito il municipio, le chiese e le scuole.

Ci lasciamo guidare, nel ricordare quei tristi momenti e le persone che sono morte, dalla Parola di Dio del giorno. Gli Atti degli Apostoli che leggiamo in questo tempo feriale di Pasqua, raccontano la corsa della Parola di Dio, che è un tutt’uno con il gioioso annuncio della Risurrezione. Una parola che porta speranza e che sostiene nei momenti della vita più dolorosi e difficili, come sono stati quelli subito dopo la tragedia del terremoto. Una speranza che non è illusione o un sentimento passeggero, ma una speranza che è Gesù Cristo che con la sua morte he resurrezione ha dato la vita a tutta l’umanità, di ieri e di oggi. Una parola che talvolta non viene accolta, perché liberi di aprirsi e liberi di rifiutare la predicazione del Vangelo, chiudendosi nelle tenebre del proprio egoismo. “Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà … e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba” (13,50). Gli stessi discepoli di Gesù, come ci ricorda la pagina evangelica proclamata, non soro riusciti a riconoscerlo nella sua vera identità. Ne è prova la domanda di Filippo, che ha seguito Gesù fin dagli inizi: “Signore mostraci il Padre e ci basta” (Giovanni 14,8) e la risposta diretta di Gesù: “Filippo da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto? Chi ha visto me ha visto il Padre” (v.9). Questo è il nostro Dio, che cammina con noi, che ci ama anche se non lo conosciamo, aiutandoci a riconoscerlo nei segni che lui ci offre. Le opere che accompagnano l’azione di Gesù sono la testimonianza più bella che Gesù ci dona.

Carissimi, dopo 50 anni possiamo rileggere da questa prospettiva l’esperienza dolorosa e drammatica del terremoto. Fin da subito il popolo friulano, superato il momento dello sconforto e del dolore, ha trovato la forza di rinascere dalle macerie e pensare al futuro. Due furono le parole chiave di quei tempi: Ciàf e Vìf. Considerare bene le cose, con criterio e con la testa, pensando al futuro e soprattutto agli sbagli che sono stati fatti nel passato (vedi l’esperienza del Belice). L’altra parola potremo tradurla con resilienza. Non un popolo di sopravvissuti che aspettano gli altri per agire, ma un popolo che ha reagito con volontà, con forza e con tenacia, caratteristiche che fanno parte dell’essere friulano. Il mantra che girava allora e che si ricorda spesso, consegnato da alcuni sacerdoti al vescovo Battisti di Udine e anche al nostro vescovo Abramo Freschi, e che la chiesa ha sempre sostenuto: prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese, indicava il desiderio di ripartire subito assicurando alle famiglie il bene più prezioso e più grande il lavoro, nella consapevolezza che senza lavoro non ci sarebbe stata la ricostruzione e sarebbe ripresa l’emigrazione e lo spopolamento del territorio friulano, sperimentata negli anni passati. La popolazione locale dimostrò non solo una forte capacità organizzativa ma anche una grande dignità e compostezza.  Fin dal mattino presto, il vescovo Abramo visitò proprio il vostro comune, a Valeriano. Le abitazioni, gli edifici pubblici e le chiese in gran parte erano squarciate e inagibili. A chi si avvicinava, sconsolati e piangenti diceva: “Ora la vita è importante, per il resto il Signore provvederà”. Vescovo e preti, i vostri preti, i parroci furono in prima linea accanto alla loro gente per sostenerla, consolarla e soprattutto per portare coraggio e forza che nascono dalla fede e dall’amore di Dio che non abbandona e ci lascia soli. Sorsero un po’ dappertutto nelle parrocchie colpite fortemente dal terremoto, nella nostra diocesi e nella diocesi di Udine, i centri di comunità, luoghi di incontro, di preghiera, di sostegno e di socialità, coordinati dalle Caritas di numerose diocesi, che si gemellarono con un centinaio di parrocchie.

C’è un altro aspetto importante che ha caratterizzato il tempo del dopo terremoto: la solidarietà nata dall’emergenza, sia nei primi giorni dopo il disastro che negli anni successivi della ricostruzione, avvenuta in tempo relativamente rapidi e diventata modello esemplare per affrontare simili catastrofi.  Qualcuno ha parlato, a ragione, di un’ondata di solidarietà che ha invaso le nostre terre formata da numerosi volontari, uomini, donne, anziani e giovani: gli Alpini per primi, l’Esercito, la Croce Rossa, ma anche tanti altri volontari di gruppi e Associazioni, singolarmente o in gruppo, dal nostro territorio, dalle regioni vicine, dall’Italia e dal mondo intero. Si può affermare senza ombra di dubbio che la forza, il desiderio e la volontà del popolo friulano, insieme al volontariato hanno contribuito a delineare quello che è stato il motore del ‘modello Friuli’ che ha portato celermente, con l’aiuto dello Stato e delle autorità locali a formare quell’intreccio tra varie realtà, che hanno contribuito alla veloce ricostruzione,  gestendo in loco e senza sprechi di nessun genere, le attività e le numerose offerte che sono state raccolte e che sono arrivate per riedificare il territorio. Il Friuli ha offerto a tutto il Paese un esempio straordinario di coesione delle differenti forze sociali e politiche. Questa esperienza di solidarietà e di stretta collaborazione tra le varie istituzioni, ha portato alla nascita della Protezione Civile a livello nazionale e al consolidamento dei gemellaggi tra parrocchie e diocesi che la Caritas Nazionale, avviata da qualche anno, ha messo in atto nel terremoto del Friuli. Esperienza che la Caritas continua ancora fino ai nostri giorni nelle varie urgenze che si verificano in Italia e nel mondo. Sono anch’io legato direttamente al terremoto perché, quattro giorni dopo la prima scossa, da seminarista di terza teologia, con tre altri miei compagni di scuola, ci siamo recati nella frazione di Chialminis a Udine, per aiutare le persone del luogo, prevalentemente anziane e per condividere con loro storie vita, di lavoro e di preghiera, insieme ad altri volontari e a giovani militari.

I tempi sono cambiati e anche noi siamo cambiati. Ma il passato, lieto e triste che sia, se ascoltato e accolto con serietà, è utile e necessario per non perdere i grandi valori della nostra gente e delle nostre terre: fede, accoglienza e solidarietà. Sono stati i pilastri di ieri e lo devono essere anche per il tempo di oggi. 

+ Giuseppe Pellegrini, vescovo