Commento al Vangelo
Domenica 26 aprile, commento di don Renato De Zan
Gv 10,1-10
IN quel tempo, Gesù disse: 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo
Il Testo
1. La pericope detta “del buon pastore si circoscrive in Gv 10,1-18 (Altri pensano sia Gv 10,1-21). Contiene una “paroimìa” (Gv 10,1-5), similitudine, con la constatazione dell’incomprensione dei discepoli (Gv 10,6). Segue poi una duplice spiegazione. In Gv 10,7-10 Gesù spiega la prima parte della “paroimìa”, identificandosi con la “porta”. In Gv 10,11-18 il Maestro spiega la seconda parte della “paroimìa”, identificandosi con il “buon pastore”. La formula liturgica, ha tagliato quest’ultima parte (Gv 10,11-18), scegliendo solo Gv 10,1-10 con un incipit tutto nuovo: “In quel tempo, Gesù disse…”.
2. Comprende la “paroimìa” (Gv 10,1-5), l’incomprensione dei discepoli (Gv 10,6) e la prima spiegazione (Gv 10,7-10) in cui Gesù si identifica con la “porta” della “paroimìa”. Il testo della formula si divide in due parti a causa della duplice ripetizione dell’espressione “In verità, in verità vi dico” (Gv 10,1.7). Nella prima parte (Gv 10,1-6) la “paroimìa” presenta sia “chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta” (il mercenario) sia “chi invece entra dalla porta” (il guardiano). Nella seconda parte (Gv 10,7-10), Gesù per due volte si identifica con la “porta” (Gv 10,7.9) e contrappone il ladro (ruba, uccide, distrugge) a se stesso (dare la vita in abbondanza).
L’Esegesi
1. La “paroimìa” è un’immagine viva e veloce con un pensiero molto articolato e non sempre comprensibile immediatamente. Presa dal mondo della pastorizia, faceva emergere nella mente degli ascoltatori ricche reminiscenze profetiche (Isaia e Ezechiele) dove, però, i pastori umani non facevano sempre bella figura. Gesù adopera questa forma letteraria per presentare alcune caratteristiche della sua persona.
2. L’incomprensione dei discepoli (Gv 10,6) non compare qui per la prima volta. L’evangelista la riporta ancora. Dopo una riflessione elaborata fatta da Gesù sulla figura del Padre, Giovanni è costretto a scrivere: “Non capirono che egli parlava loro del Padre” (Gv 8,27). I discepoli non capirono la “paroimìa”, ma non compresero neppure il significato dell’entrata di Gesù a Gerusalemme (Gv 12,16: “I suoi discepoli sul momento non compresero queste cose; ma, quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte”). Al sepolcro, non capirono neppure le tele afflosciate (Gv 20,9). Come dice Gv 12,16 hanno dovuto aspettare la glorificazione di Gesù (e il dono dello Spirito Santo).
3. Gesù è la “porta”. Questa identificazione ha un messaggio forte per i pastori della Chiesa: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta….è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore”. Colui che pasce il gregge di Gesù impegnandosi, per quello che può, a farlo come lo farebbe Gesù, è “colui che entra dalla porta”. Il redattore della prima lettera di Pietro, poiché non sempre già alla fine del primo secolo i pastori della Chiesa erano secondo il desiderio del Maestro, si permette un richiamo chiaro e forte: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,2-4).
4. Gesù è la “porta”. Questa identificazione ha un messaggio forte anche per i cristiani. Nel mondo biblico l’espressione “entrare ed uscire” indica la vita di un uomo. Mosè, prossimo alla morte, dice al popolo in Dt 31,2): “Io oggi ho centovent’anni. Non posso più andare e venire (=entrare e uscire)”. Per indicare la benedizione continua di Dio sul credente, il Deuteronomio scrive: “Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci.” (Dt 28,6). Chi entra attraverso Gesù nel mondo di Dio “sarà salvato” e in tutta la sua vita storica (entrare-uscire) farà esperienza della vera vita (“troverà pascolo”).