Consiglio dei ministri: approvato il decreto Primo maggio

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che contiene “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale”. E’ l’atteso “decreto primo maggio” di cui si parla da prima di Pasqua, un provvedimento con cui anche quest’anno il governo vuole essere in prima fila sui temi della festa dal lavoro. Il decreto rafforza quindi quel concetto di “salario giusto” che in pratica è l’alternativa dell’esecutivo alle proposte relative al salario minimo. In questa chiave il riferimento ai contratti nazionali più rappresentativi diventa condizione anche per accedere agli incentivi. Sarà inoltre obbligatorio indicare nelle offerte di lavoro e nelle altre comunicazioni di legge quale sia il contratto applicato e la retribuzione. Per incentivare i rinnovi viene introdotto un adeguamento automatico al 30% dell’inflazione nel caso di contratti scaduti da 12 mesi. A dispetto delle anticipazioni che erano circolate, però, l’adeguamento non è retroattivo e si applica a decorrere dal primo gennaio 2027.
Per il lavoro femminile nel 2026 sono previsti esoneri contributivi fino a 650 euro al mese, che arrivano a 800 euro per le donne residenti nelle regioni della Zes (Zona economica speciale) unica per il Mezzogiorno. Il limite di spesa sarà di 26,5 milioni di euro per l’anno in corso, di 63,7 per il prossimo e di 51,3 per il 2028. Interventi analoghi sono messi in campo per gli under 35 con il bonus giovani e il bonus Zes, con un importo massimo di 500 euro mensili (650 se nell’ambito della Zes). Lo stanziamento complessivo è di 109,7 milioni per quest’anno, di 252,4 per il prossimo e di 135,4 per il 2028, a cui si aggiungono circa 120 milioni per la Zes. Uno sgravio contributivo fino a 500 euro al mese è introdotto per incentivare la stabilizzazione dei contratti brevi in rapporti a tempo indeterminato, in particolare per i giovani alla prima occupazione.
Il terzo blocco di misure è stato concepito per il lavoro tramite piattaforme digitali. In presenza di un controllo algoritmico viene presunto un rapporto subordinato e vengono altresì potenziati gli obblighi informativi su assegnazione delle attività, compensi e valutazioni. I dati dovranno essere conservati e messi a disposizione delle autorità. Per combattere il cosiddetto “caporalato digitale” vengono considerati indici di comportamenti illeciti i compensi inferiori ai minimi dei contratti nazionali, i ritmi e carichi di lavoro sproporzionati, così come l’utilizzo di identità, documenti o account altrui in forma organizzata. Per i rider sono stabiliti obblighi di identificazione con Spid, Cie o Cns oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma a un singolo codice fiscale. Una sanzione da 600 a 1200 è applicata per la cessione del proprio account e l’uso di un account da parte di persona diversa dal titolare.

Stefano De Martis