I ragazzi del Pem: Abbiamo imparato a guardare in un altro modo

Giovani del Pem in Sierra Leone

Anche quest’anno sono stati tanti i giovani del PEM che dopo sette incontri formativi hanno vissuto il loro viaggio di conoscenza missionaria in diversi luoghi del mondo. Come accennato qui su Il Popolo nel mese di giugno, trenta giovani più quindici adulti, sono stati destinati in Tanzania, Camerun, Sierra Leone, Thailandia, Brasile e Filippine.
Si tratta di viaggi importanti per i giovani che investono emotività, si mettono in gioco con coraggio e fanno esperienza di crescita umana e spirituale. Quando si rientra è sempre difficile ricapitolare e alla domanda che tutti pongono, ovvero: “Cosa hai fatto in quei giorni lì” è sempre difficile per loro trovare risposte adeguate senza sentire un nodo in gola al solo ricordo dei giorni vissuti in terre altre.

le testimonianze
Angelica Giordano, della parrocchia del Sacro Cuore, ha vissuto un’esperienza missionaria in Brasile, a Salvador de Bahia, ospite della Fraternità Francescana di Betania e al suo rientro ci ha scritto questa bella riflessione che vi riportiamo per intero.
“Rispondere alla domanda “Cosa ti resta nel cuore oggi di quel viaggio?” per me è davvero difficile. Lì ho trovato un posto in cui mi sono sentita a casa, delle persone che sono state famiglia, l’amore di Dio che passava attraverso gli sguardi dei missionari, le parole delle maestre dell’asilo, le risate con i ragazzi che incontravo, gli abbracci, i disegni, il tempo passato con quei meravigliosi bambini che mi hanno accolta come una di loro e hanno riempito e arricchito la mia anima più di quanto un miliardario potrebbe arricchirsi materialmente. Il valore del donarsi gratuitamente, dando tutto ciò che si ha e, quando non si ha nulla, tutto ciò che si è, il valore della gratitudine, il valore del vivere nella lentezza e nell’essenziale lì sono genuinamente esemplari e d’ispirazione.
Al contrario di quanto molti pensano, quando si vive un’esperienza del genere non si capisce quanto fortunati siamo “noi”, ma quanto lo siano “loro”, quanto loro abbiano compreso come vivere una vita autentica, piena, completa; per citare San Carlo Acutis, come essere “originali non fotocopie”.
Perciò, con una felicità immensa e un altrettanto grande saudade, posso dire che non è il viaggio che è rimasto nel mio cuore, ma è il mio cuore ad essere rimasto fermo lì: tra i sorrisi, le preghiere, i conforti, le strade, le braccia di chi ho incontrato e a cui ho lasciato una parte di me. Durante tutta l’esperienza è stato lampante come tutto ciò che era stato detto, fatto ed esperito nel percorso “a casa” mi sia servito per vivere un’esperienza “di casa”, seppur dall’altra parte del mondo. Mi ha colpito moltissimo come in certi momenti e davanti a certi gesti riuscissi a vedere o comunque a percepire le parole che ci erano state dette durante il percorso formativo del PEM. Mi sono sentita molto preparata e pronta a vedere certe cose e vivere certe sensazioni.”

Qualcosa di simile ci è arrivato anche da tre giovani: Alessandro, Lucrezia e Lorenzo che insieme sono stati in Sierra Leone, ospiti dei missionari Saveriani.
“Siamo partiti per la Sierra Leone con emozioni, aspettative e immagini che, in qualche modo, ci eravamo costruiti prima ancora di arrivare. Per tutti e tre era la prima volta in Africa e, fin dal primo momento, ci siamo resi conto che una cosa è immaginare un luogo, un’altra è trovarsi realmente lì, guardarlo, ascoltarlo, respirarlo e viverlo. Tutti sappiamo che esiste la povertà. Tutti, almeno in teoria, sappiamo che nel mondo ci sono persone che vivono con molto meno di noi. Ma vederla davvero porta inevitabilmente a chiedersi: ‘È davvero così? È davvero possibile vivere in questo modo?’.
Ed è proprio qui che inizia il vero viaggio.
I nostri sensi vengono messi alla prova fin dai primi giorni. Gli odori, i rumori, il cibo, il caldo, il fango, lo sporco, la confusione e l’affollamento sono elementi ai quali non siamo abituati. Nei mercati la quantità di persone, i suoni e il movimento creano un ambiente completamente diverso da quello europeo. La musica è praticamente una presenza costante: la senti per strada, nei villaggi, nelle attività quotidiane. Tutto sembra avere un ritmo diverso. All’inizio anche ciò che per noi è semplicemente “sporco” diventa difficile da ignorare. Ci chiediamo come sia possibile vivere in determinate condizioni e, soprattutto, come le persone riescano a farlo ogni giorno. Poi, lentamente, iniziamo a capire che quella che per noi è un’eccezione, per loro è la normalità. Ci si abitua. Non perché la realtà cambi, ma perché cambia il nostro modo di guardarla.
È uno dei primi insegnamenti che questa esperienza ci sta dando e che avevamo vissuto al PEM: non tutto ciò che vediamo può essere interpretato con gli occhi con cui siamo abituati a guardare il nostro mondo. Siamo arrivati in Sierra Leone pensando di dover dare qualcosa agli altri e ci siamo ritrovati, fin dai primi giorni, a ricevere moltissimo. Abbiamo ricevuto sorrisi, strette di mano, abbracci. Abbiamo ricevuto domande, sguardi e gesti che a volte abbiamo compreso e altre volte no. Abbiamo ricevuto la musica, i colori, il rumore delle strade, la confusione dei mercati e la semplicità dei bambini.
Soprattutto, abbiamo ricevuto una realtà che non può essere raccontata soltanto attraverso le parole. E allora questa prima volta in Africa non è soltanto un viaggio in un altro continente. È anche un viaggio fuori dalle nostre abitudini, dalle nostre certezze e dai nostri schemi.
Siamo arrivati in Sierra Leone pensando di conoscere qualcosa dell’Africa e abbiamo capito, invece, che dobbiamo ancora imparare moltissimo. Perché prima di poter comprendere davvero un luogo, bisogna smettere di guardarlo soltanto con i propri occhi”.