Assaf Gavron: “Vivere in Israele, cercando una quotidianità”

Scrittore tra i più apprezzati in patria e all’estero, e a sua volta traduttore in ebraico di Roth, Safran Foer, Salinger, l’israeliano Assaf Gavron a Pordenonelegge ha presentato in anteprima nazionale il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia col titolo Seguendo le tracce (Giuntina), intervistato da Alessandro Mezzena Lona nella Dissensio Arena. Il romanzo, ambientato in un villaggio alle porte di Gerusalemme Ovest, racconta la storia di quattro giovani negli anni Ottanta, la loro adolescenza, il rapporto con la musica. Storie personali che si intrecciano alla storia del suo paese, “è qualcosa che mi piace sempre esplorare, nei miei libri: come le storie personali si sviluppino dentro la realtà israeliana. L’ho fatto anche con i libri precedenti, ad esempio The Hill ambientato in un insediamento di coloni” ha raccontato Assaf in conferenza stampa. “Sono quattro amici che tentano di crescere, con sogni normali, infanzia normale, ma in una realtà, quella israeliana, che continua a prenderli a pugni in faccia e a interferire con i loro piani” ha aggiunto Gavron ricordando come sia “dura vivere in questa realtà, a cui ci si abitua, ci si convive, ma è una vita ad alto prezzo e danno, per i bambini ma anche per gli adulti, con una tensione costante che qualcosa di terribile può accadere da un momento all’altro”.

Il villaggio dove è ambientato il libro ha molti tratti della vita di Assaf stesso: “Buona parte del materiale proviene dalla mia storia personale e dei miei amici, ma nel contesto sociale e politico israeliano. Non è un memoir in senso stretto né un’autobiografia benché ispirato dalla mia storia”.

Una contesto, quello di Israele oggi, particolarmente difficile da sostenere “ci portiamo dietro un fardello, per quanto sta accadendo. Negli ultimi tre anni abbiamo visto la violenza dei coloni, specie nel West Bank. È qualcosa che io detesto e credo dovrebbe cessare in qualsiasi modo possibile”. Il disagio profondo di Assaf Gavron si esprime anche guardando al prossimo orizzonte elettorale: “Guardiamo al 27 ottobre e alle elezioni, mancano solo cinque settimane – ha commentato – Ovviamente c’è molta tensione e ansia, i sondaggi prevedono un cambio di governo che per me (come per molti nel mondo) sarebbe una benedizione. Vedremo se la penseranno così anche la maggioranza degli israeliani. Se ci sarà un cambio di governo, potremo finalmente iniziare un processo di riparazione, guarigione e di ammenda”. Quanto al futuro e alla possibilità di una convivenza, “dipende se si crede nel perdono o meno. Io ne sono a favore. Nel corso della storia [tra israeliani e palestinesi, ndr] c’è stata molta violenza, ci sono state guerre, atti deprecabili da entrambe le parti. Ma se rimaniamo trincerati dietro all’idea della vendetta non ci sarà mai pace. Eppure nella storia la pace è stata fatta: tra Israele e Egitto, o con la Giordania, guardiamo anche all’Europa. È possibile superare i conflitti e credo succederà anche con i palestinesi, probabilmente non ci si arriverà nel corso della mia vita, ma prima o poi è inevitabile”.

Nel romanzo Idromania scritto vent’anni fa l’autore immaginava una distopia ambientata nel 2067 in cui Israele sarebbe stata quasi del tutto occupata dalla Palestina, mentre il mondo alle prese con la siccità globale viene dominato non più dalle nazioni ma dalle multinazionali che gestiscono la risorsa idrica. Vent’anni dopo uno scenario distopico al 2067 sarebbe uguale? “Ci sono due contesti: il primo è quello della siccità globale mondiale, e in effetti il problema ecologico credo rimarrebbe anche se lo scrivessi oggi. Certo da allora Israele ha risolto il problema con i desalinatori, anche se di recente ci sono stati problemi dovuti alle alghe. L’altro contesto, quello per cui la Palestina avrebbe conquistato le terre israeliane, lo avevo immaginato ipotizzando un declino della forza geopolitica statunitense e dunque il minor supporto geopolitico e di denaro a Israele. In realtà gli Stati Uniti continuano ad essere ancora una forza globale tuttavia imprevedibile, è inimmaginabile cosa succederà da qui a cinque anni. Non so se Israele si affievolirà di potenza potendo contare su meno supporto degli Usa e in meno risorse economiche. Da un certo punto di vista se penso a come queste risorse vengono usate per fare del male non so nemmeno cosa sperare”.