2 giugno ’46: l’Italia “Liberata e giovane”

(foto da Wikipedia di pubblico dominio di Federico Patellani)

Quest’anno si festeggiano gli ottanta anni dallo storico referendum del 2 giugno 1946, che portò l’Italia alla Repubblica e le donne alle urne. Due eventi possibili solo dopo la caduta del fascismo: il re aveva infatti sostenuto il cursus di Mussolini e il regime da questi instaurato aveva reso le elezioni dei plebisciti e confinato le donne tra talamo e cucina.

Per quanto riguarda le elezioni, ci furono tutta una serie di provvedimenti che portarono ad una realtà non democratica: nelle consultazioni popolari gli elettori potevano infatti solo approvare o respingere un’unica lista di candidati prescelti dal regime. Prima con la legge Acerbo (1923) fu introdotto un sistema elettorale maggioritario, che dava alla lista che aveva ottenuto almeno il 25% dei voti a livello nazionale i due-terzi dei seggi disponibili, garantendole in tal modo il controllo del Parlamento. Le elezioni del 1924 furono, di fatto, le ultime prima della dittatura e si tennero in un clima di intimidazioni e violenze squadriste: lo denunciò in Parlamento Giacomo Matteotti e pagò con la vita. Tra 1925 e ’26 il regime sciolse i partiti d’opposizione, dichiarò decaduti i deputati antifascisti, soppresse la libertà di stampa, rese estremamente difficile ogni forma di dissenso, premiando col confino chi ci riusciva. Nel 1928 furono cancellati i collegi e la competizione tra candidati: era il regime a selezionare i deputati, proponendo un listone unico nazionale. Nel 1929 e nel 1934 gli italiani furono alle urne solo per esprimere un “Sì” o un “No” all’elenco stabilito. Per di più, il voto aveva perso la segretezza: le schede per il “Sì” erano tricolori, quindi facilmente riconoscibili, quelle per il “No” erano bianche. Alla riconsegna era pertanto palese la scelta fatta.

La salute della democrazia, come quella della libertà femminile, si dimostravano via via inversamente proporzionali a quella del regime fascista: più questo si affermava, più le prime due languivano.

Riguardo alla questione delle donne: con un articolato percorso di Regi Decreti e provvedimenti queste vennero incasellate nell’unico modello di mogli-madri, angeli del focolare progressivamente esclusi dal lavoro e dalla vita pubblica. Con il Regio Decreto 2480 del 1926 e con la Legge 221 del 1934, le amministrazioni poterono escludere le donne dai concorsi o limitarne fortemente la presenza; col decreto legge del 5 settembre 1938 il limite massimo di presenze femminili negli uffici, pubblici e privati, fu fissato al 10%. Con il Regio Decreto del 9 dicembre 1926 le donne furono escluse dalle cattedre di lettere, latino, greco, storia e filosofia nei licei; inoltre fu loro vietata la direzione di scuole medie e istituti superiori. Dal gennaio 1927 fu imposta, a parità di mansione, la riduzione dei salari femminili a metà di quelli degli uomini. Il Codice Rocco (1930) mantenne l’istituto dell’autorità maritale, limitando la libertà economica e giuridica delle donne.

Quando la guerra finì c’erano tanti motivi per festeggiare, anche se il paese si trovava distrutto e alla fame: c’era voglia di nuovo e soprattutto di vita libera. La primavera del ’46 portò con sé almeno un paio di prime volte: la prima volta di libere elezioni dopo il ventennio e la prima volta delle donne al voto.

A onore del vero, una prima esperienza si era avuta il 10 marzo del ’46, quando le donne con almeno 25 anni di età poterono partecipare (eleggere ed essere elette) alle prime elezioni amministrative postbelliche. Risultato: su 5.722 comuni furono elette circa duemila consigliere e una decina di donne sindaco.

Poi arrivò il 2 giugno e fu una gran giornata per tutta l’Italia: solo a Roma i manifesti affissi furono milione e duecentomila, uno pure sull’obelisco in piazza Montecitorio. Non era fanatismo: era il sole dopo la tempesta di una guerra, anche fratricida, che aveva lasciato macerie sparse, non solo per strada, e troppi da piangere al cimitero, militari e civili. Erano stati anni duri, durante i quali le donne non si erano risparmiate: avevano condotto la casa e lavorato, avevano subito bombardamenti dal cielo e violenze per strada, si erano anche unite alla lotta partigiana, per cacciare il nemico dai propri paesi, stanche di freddo, fame, lutti e paura.

Se la guerra la fecero gli uomini, l’Italia la fecero anche le donne. E tutti insieme si recarono alle urne il 2 giugno 1946.

Si trattava di scegliere tra Repubblica e Monarchia e di eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente ai quali spettava l’oneroso e glorioso compito di redigere la Costituzione. L’attesa era grande, palpabile, visibile nei racconti unanimi delle lunghe file. I partiti candidarono anche le donne, sia pure con numeri ancora timidi: 226.

Se il risultato del referendum lo conosciamo bene, meno si dice delle donne elette: furono 21 su 556 deputati, 10 erano maestre.

La Costituzione ebbe padri ed ebbe madri. Alla prima seduta in Parlamento, il 25 giungo ’46, ne furono però descritte più le pettinature e le fogge degli abiti. Le prime a prendere la parola lo fecero temendo il giudizio degli uomini più che le pallottole nemiche. E a ragion veduta: nei giornali la satira si fece a lungo gioco di forme, vezzi e amori delle onorevoli. Ma furono quelle 21 a battersi per l’uguaglianza dei sessi, la parità di condizioni tra lavoratrici e lavoratori, la tutela della maternità e la libertà che oggi respiriamo è molto figlia delle loro fatiche. Ad esse nel 2016 la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha dedicato la sala delle donne a Montecitorio: vi sono affissi i ritratti delle prime 10 sindache elette nelle amministrative del ’46, delle 21 Madri costituenti, di Nilde Iotti prima Presidente della Camera, di Tina Anselmi prima Ministra, di Anna Nenna D’Antonio, prima Presidente di Regione (Abruzzo). Vi è stata aggiunta Giorgia Meloni, prima donna premier.

Sarebbero ancora tante le cose da ricordare: le loro disagiate e coraggiose biografie, le loro lotte per la libertà – di patria e personale -, le angherie subìte che non finirono nel ’45. Tante dichiarazioni sono passate alla storia: ne ricordiamo una della poetessa Alba de Cèspedes, che ricordò così il suo 2 giugno: “Con quel segno in croce sulla scheda mi pareva di aver disegnato uno di quei fregi che sostituiscono la parola fine. Uscii poi, liberata e giovane”. Proprio come l’Italia che rinacque dal quel voto.