Commento al Vangelo
Domenica 31 maggio, Santissima trinità, commento di don Renato De Zan
31.05.2026. Solennità della Ss. Trinità
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Il mistero del Dio cristiano: un solo Dio in tre Persone
Il Testo
1. Il testo di Gv 3,16-18 è un breve frammento del dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-21). La Liturgia lo ha arricchito con l’aggiunta liturgica “In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo”. A una lettura attenta emergono con chiarezza tre “perché” (Gv 3,16c.17c.18e). La struttura narrativa, dunque, si snoda secondo una logica chiarissima: prima c’è la proposta di una verità operativa (Gv 3,16ab.17ab.18abcd) immediatamente seguita da una motivazione che spiega l’obiettivo della verità operativa. Il formulario evangelico proclamato nell’odierna liturgia è implicitamente trinitario: il Padre manda il Figlio per salvare il mondo attraverso la fede nel Figlio che è possibile solo con l’opera dello Spirito nell’uomo.
2. Sotto il profilo letterario la struttura del brano è concentrica. Il primo segmento (/a/) comprende quattro elementi: Dio + Figlio unigenito + perché + il verbo credere (“chiunque crede”). Il segmento centrale (/b/) è costituito da cinque elementi: Dio + Figlio + perché + due verbi in parallelismo sinonimico (non condannare // salvare). Il terzo segmento (/a’/), infine, comprende come il primo, quattro elementi: Figlio unigenito + Dio + il verbo credere ripetuto (“chi crede” / “chi non crede”) + perché. I due verbi “credere” sono accompagnati da una sentenza. Il primo (“chi crede”) è associato alla sentenza positiva: “Non è stato condannato”. Il secondo verbo (“chi non crede”) è associato alla sentenza negativa: “è già stato condannato”.
L’Esegesi
1. La formula evangelica è composto da tre frasi, in cui il Figlio è al centro dell’attenzione. Egli è donato/inviato da Dio per la salvezza e non per il giudizio. Gesù, infatti, disse: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12,47-48). Il Figlio è creduto dagli uomini e in questa fede c’è la salvezza. Nessuno, ovviamente, può credere senza l’azione dello Spirito: “Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).
2. Sfogliando le pagine della Bibbia non troveremo mai una definizione di Dio come si trova nel catechismo di Pio X (“Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”), fatto salvo una definizione indefinita: “Dio è amore” (1Gv 4,8.16). Secondo la sensibilità biblica il mistero di Dio si può avvicinare prestando attenzione a ciò che Dio compie nella storia. Il Padre e il Figlio e lo Spirito sono quel Dio che Mosé ha conosciuto come “il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà” (1a lettura: Es 34,4-6.8-9). Paolo, invece, lo conosce in modo molto preciso e con un tratto di gentilezza lo rende attore principale del suo saluto ai cristiani di Corinto: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2a lettura: 2 Cor 13,11-13).
3. In un opuscoletto qualcuno che pretende di essere testimone di Dio ha scritto che la dottrina della Trinità “deve risalire a circa 350 anni dopo la morte di Gesù Cristo. I primi cristiani, che furono ammaestrati da Gesù Cristo, non credettero dunque che Dio sia una Trinità”. A parte l’italiano zoppicante, l’affermazione è assolutamente falsa. Se è vero che nel testo biblico non esiste la parola “Trinità”, è però assolutamente vero che il testo biblico ne parla ampiamente in modo diffuso del Figlio, del Padre che lo ha mandato, e dello Spirito. Gesù ne ha parlato in modo diffuso ai suoi discepoli: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”( Gv 14,16). Prima di salire al cielo in modo specifico ha affermato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo…”. È, dunque, falso che Gesù non ne abbia parlato del mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito.
4. La prima generazione cristiana conosceva molto bene il mistero. Paolo, infatti, saluta i cristiani di Corinto con queste parole: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). La parola “Trinità” compare nel sec. II in Teofilo di Antiochia e nel sec. III d. C. in Tertulliano (nel “Adversus Praxean”). La verità della Trinità è stata rivelata da Gesù ai suoi e risale alle origini del cristianesimo.
Il Contesto Celebrativo
1. La celebrazione liturgica della solennità della Ss. Trinità nasce molto tardi, all’inizio del secondo millennio, in Francia. La testimonianza più antica sembra risalire al monastero di Cluny. Papa Alessandro III (+1181), però, era del parere che già “in ogni domenica, anzi quotidianamente, viene celebrata la memoria (dell’Unità e della Trinità divina)”. La devozione popolare, invece, fu di avviso diverso. L’accolse, infatti, con devozione e la mantenne viva fino a quando il magistero non l’approvò e la estese a tutta la Chiesa (papa Giovanni XXII nel 1334). La Liturgia non svela la Trinità, ma la propone perché il credente contempli e adori. Quando il credente si pone di fronte a Dio in modo sincero, impara ad avere il senso del mistero e l’umiltà. L’uomo accoglie il mistero di Dio, senza la pretesa di analizzarlo come fosse un atomo della materia.