Domenica 1° marzo, commento di don Renato De Zan

Mt 17,1-9

In quel tempo, 1 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6 All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8 Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. 9 Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Gesù è la fede e la morale di ogni discepolo

Il Testo

1. Dopo la confessione messianica di Pietro (Mt 16,13-20) e l’annuncio della passione con annesse le condizioni per seguire Gesù (Mt 16,21-23.24-28), l’evangelista narra l’episodio della Trasfigurazione (Mt 17,1-8). Mt 17,9 inizierebbe la pericope successiva, ma la Liturgia ha voluto collocarlo come conclusione dell’episodio della Trasfigurazione. Poco dopo Matteo riporta la seconda profezia della passione (Mt 17,22-23). Questo contesto illumina una prima comprensione della Trasfigurazione: il vero volto di Gesù non è solo quello sofferente, ma anche quello glorioso. Nel momento difficile della sofferenza, i discepoli devono ricordare che il male non ha l’ultima parola né su Gesù né su nessuna persona.

2. La formula liturgica del vangelo (Mt 17,1-9) è stata leggermente ritoccata dalla Liturgia. È stata cancellata l’espressione cronologica iniziale (“Sei giorni dopo”), che avrebbe potuto ricordare il tempo trascorso da Mosè, prima di essere chiamato da Dio a entrare nella nube (Es 24,16). Inoltre viene aggiunto al testo originale il solito incipit (“In quel tempo”). Il brano ha una impostazione concentrica: inizia (/a/) con una presentazione della scena e della Trasfigurazione (Mt 17,1-2); segue (/b/) un breve brano dove sono protagonisti Mosè, Elia e un discepolo, Pietro (Mt 17,3-4); al centro (/c/) ci sono la nube e la voce del Padre (Mt 17,5-6); segue (/b’/) l’incontro tra Gesù e i discepoli (Mt 17,7-8) e conclude il testo la raccomandazione di Gesù sul silenzio fino alla sua risurrezione (Mt 17,9).

L’Esegesi

1. La trasfigurazione viene brevemente descritta con un vocabolario apocalittico per indicare la divinità di Gesù: (“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”). Mosè rappresenta la Torà, Elia, il profetismo. Il Trasfigurato è l’anticipo del Risorto che porta a compimento tutte le profezie e le attese dell’Antico Testamento (Mosè ed Elia sono in dialogo con il Trasfigurato). Il Trasfigurato-Risorto, la Legge e i Profeti manifestano la loro perfetta sintonia con questa rivelazione. Pietro non ha colto la rivelazione. Era spaventato (Mc 9,6) oppure non sapeva ciò che diceva (Lc 9,33).

2. La voce del Padre indica in Gesù il Figlio di Dio (“Questi è il mio Figlio prediletto”) e il Servo sofferente (“nel quale mi sono compiaciuto”; cf Is 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”). La raccomandazione del Padre ai discepoli è racchiusa in una sola parola: “Ascoltatelo”. L’ascolto, per il mondo biblico, significava compiere un processo elaborato. Si ascoltava con gli orecchi (parole) e con gli occhi (avvenimenti). All’ascolto seguiva la comprensione che, poi, diventava modo di sentire proprio ciò che si era ascoltato.

3. Dietro all’invito del Padre di ascoltare Lui, il Figlio, si nasconde un piccolo segreto. Il credente ebreo pregava (e prega) così: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5). Per Israele l’ascolto portava a due verità fondamentali: la fede (Dio è unico) e la morale (amare = essere fedeli al Signore, fondamento di ogni precetto morale). Per il cristiano il significato di “Ascoltatelo” è evidente: Gesù è la fede del cristiano (il discepolo si rapporta a Dio, alla vita, alla morte, all’eternità, al prossimo, ecc., come ha fatto Gesù). Gesù è la morale del cristiano (amare come Lui, essere miti e umili di cuore come Lui, Egli ha dato l’esempio perché i discepoli facciano come Lui, ecc.). Paolo riassume questa riflessione teologica con una affermazione folgorante: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). 

Il Contesto Celebrativo

1. Dopo aver constatato che in Gesù e nel cristiano ci sono le tentazioni (materialismo, magia, ricchezza e potere) capaci di distruggere la fede del credente, ci si chiede: superata la tentazione, cosa fare? La Liturgia offre la risposta. Il cristiano è chiamato, come Abramo (cf la prima lettura, Gen 12,1-4) a rispondere alla propria vocazione. Anche la seconda lettura (2Tm 1,8-10) parla chiaramente della “vocazione santa” offertaci da Dio. Come Abramo viene chiamato ad arrivare in un “luogo” che Dio indicherà, anche il cristiano è chiamato a raggiungere un “luogo” che è la persona di Gesù. Il Padre invita all’ascolto del Figlio, che risulta essere la nostra fede e la nostra morale, e la Liturgia ribadisce l’invito nella Colletta generale (“O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio…”).