Domenica 1 febbraio, commento di don Renato De Zan

Mt 5,1-12a

In quel tempo, 1 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4   Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5   Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6   Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8   Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Rallegrativi: grande è la vostra ricompensa

Il Testo

1. Il brano di Mt 5,1-12a è la parte iniziale del grande discorso della Montagna di Matteo (Mt 5,1-7,27). Il testo della formula liturgica di Mt 5,1-12 è “quasi” uguale al testo biblico originale. La Liturgia ha aggiunto il solito incipit (“In quel tempo”), ma ha anche tagliato l’ultima parte di Mt 5,12b (“Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”) perché intende presentare semplicemente le beatitudini, senza nessun tipo di paragone e perché vuole sottolineare la grande ricompensa nei cieli.

2. Il testo del formulario (Mt 5,1-12a) si può suddividere in tre parti. La presentazione della scena (Mt 5,1-2) vede Gesù seduto su un declivo (da qui nasce il nome del discorso, il discorso della Montagna), con i suoi discepoli e la folla. Seguono otto beatitudini (Mt 5,3-10) ben incluse dall’espressione “perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3.10). Chiude la formula la nona beatitudine (Mt 5,11-12) che si distingue dalle precedenti in quanto personalizzata (“Beati voi”) e declinata alla seconda persona plurale, anziché alla terza plurale.

3. Il testo delle otto beatitudini è costruito letterariamente in modo impeccabile. Oltre all’inclusione, già vista prima, si trova nella quarta beatitudine (Mt 5,6) e nell’ottava (Mt 5,10) il tema della “giustizia” che divide le beatitudini in due strofe (Mt 5,3-6 e Mt 5,7-10). Queste strofe si possono leggere di seguito e anche in parallelo. In questo secondo caso la prima beatitudine va letta con la quinta(poveri in spirito / misericordiosi), la seconda con la sesta (quelli che sono nel pianto / puri di cuore), la terza con settima (miti / operatori di pace) e la quarta con l’ottava (sete della giustizia / i perseguitati a causa della giustizia).

L’Esegesi

1. Le Beatitudini non sono una nuova Legge. Se fossero una nuova Legge, basterebbe che l’uomo la mettesse in pratica e si salverebbe da solo. In questo caso la morte e la resurrezione di Gesù sarebbero inutili (cf Gal 2,21: “Se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano”). Le Beatitudini sono un “lieto annuncio” che propone una nuova visione della realtà (secondo Dio). Non è “beato” il ricco (a qualunque costo), il felice (a qualunque costo), il trionfatore (a qualunque costo) e via discorrendo. È “beato” un altro tipo di persone.

2. Per interpretare in modo corretto le Beatitudini bisogna pensare “non secondo gli uomini, ma secondo Dio”. Le Beatitudini rappresentano il primo grande momento di inconciliabilità tra il vangelo e la mentalità di questo mondo. Un primo modo di comprendere queste parole di Gesù consiste nell’applicare il criterio del parallelismo, emerso nella formulazione letteraria del brano. Il mite è spiegato dall’operatore di pace e viceversa. Un secondo modo, molto più impegnativo riguarda una constatazione elementare. Chi è il povero, il mite, ecc.? è Gesù. È “beato” chi vive “come Lui”. Paolo aveva sintetizzato questo criterio in modo chiarissimo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5).

3. Ma cosa significa “beato”? Per il mondo greco, Pindaro risponde: sono beati gli dèi e i defunti “che godono di una fortuna/felicità straordinaria”. Aristofane aggiunge che sono “beati” i ricchi “che con la loro agiatezza sono al di sopra delle preoccupazioni comuni”. Per l’Antico Testamento “beato” è il ricco (benedetto da Dio! Cf Gen 30,13), il martire (Dn 12,12), il liberato dalla schiavitù da parte di Dio (cf Dt 33,29; 1 Re 10,8), chi osserva la Legge (cf Sal 2,12; 32,12), chi trova la Sapienza (Pr 8,32; 14,21). Per Gesù, chiamare uno beato significa pronunciare su di lui una profezia. Pur nella situazione difficilissima del presente, che farebbe umanamente pensare in modo del tutto diverso, colui che è chiamato “beato” è amato da Dio ed è già certo di partecipare in modo completo e definitivo al Regno di Dio.

Il Contesto Celebrativo

1. Le Beatitudini possono essere lette come una grande profezia di salvezza. Per questo motivo la Colletta propria, nell’amplificazione dell’invocazione, dice: “O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno…”. Il testo eclogadico della prima lettura (Sof 2,3; 3,12-13) riporta una profezia di Sofonia che aveva intravisto da lontano il messaggio di Gesù nelle Beatitudini. Il profeta, prima della grande riforma di Giosia (fine del sec. VII a.C.) vede nel popolo “umile e povero” la vera umanità che sa ascoltare Dio e sa essergli fedele.