Daniele Garrone sull’attualità del Magnificat e del Qoèlet

Daniele Garrone a Lampedusa di fronte alla Porta d'Europa

Per tredici anni durante il periodo dell’Avvento il teologo Paolo Ricca ha tenuto delle riflessioni bibliche. Su quel solco si pone Daniele Garrone, pastore valdese, professore di Antico Testamento alla Facoltà Valdese di Teologia, ospite a Pordenone su invito dell’associazione Aladura mercoledì 3 dicembre alle 20.30 nell’Auditorium dell’Istituto Vendramini, dove terrà una lezione dedicata a Maria e al Magnificat. Una preghiera che nasce dopo l’annunciazione e precede la nascita così coincidendo «con il nostro tempo dell’Avvento. In un altro modo, ma anche noi siamo tra l’annuncio e la nascita» spiega Garrone.
Titolo della conferenza è “Beata colei che ha creduto”, che tipo di ricerca porterà a Pordenone?
Il “Magnificat” è la preghiera con cui Maria reagisce a ciò che le sta accadendo, il canto è un condensato di motivi ripresi dall’Antico Testamento. Ha molti parallelismi con il Cantico di Anna [Primo Libro di Samuele, ndr]. In questo appuntamento a Pordenone vorrei proprio svolgere un lavoro di identificazione dei motivi dell’Antico Testamento che si riverberano in questa preghiera. Per esempio in due occorrenze si fa riferimento all’umiltà: all’inizio quando si dice “l’umiltà della sua serva” e poi “ha innalzato gli umili”. Nel greco dell’antico testamento e poi risalendo all’ebraico, la parola umiltà indica la condizione di chi sta in basso e umanamente non avrebbe speranza, sarebbe vicino al termine “tapino”, ossia di chi non ha risorse proprie e dipende tutto da Dio. Il “Magnificat” ci indica dunque l’attenzione di Dio verso chi sta in fondo, la sua cura verso chi non ha risorse e umanamente sarebbe senza speranza. Maria dà voce in questa sua preghiera a una fiducia in Dio, un atteggiamento di supplica, di preghiera, di attesa che è proprio dell’Antico Testamento.

Quale il valore storico oggi di questa preghiera?
In una situazione sempre più drammatica quale è quella attuale, che senso ha intonare questa lode a Dio? E non è forse questa fiducia la più potente opposizione alla rassegnazione, una contromisura a una rassegnazione che talora è disperazione?.

C’è nell’Antico Testamento una preghiera e sapienza femminile?
È significativo che tutte queste preghiere (di Maria, come di Anna o il canto di Miriam, ma anche nei Salmi) siano attribuite a donne. Alcuni studiosi del Nuovo Testamento ci dicono che l’autore del Vangelo di Luca abbia ripreso le preghiere ebraiche a lui contemporanee. Temo sia eccessivo parlare di un “protagonismo femminile” dell’epoca, un tempo molto duro in cui è difficile pensare a una certa libertà femminile. Però è rilevante il fatto che persino in un mondo in cui tutto era in mano ai maschi – dalla religione alla gestione del potere – comunque appaiano una soggettività e un protagonismo femminile che da un certo punto di vista sono in tensione con quel mondo, e che proprio per questo (senza immaginare cose anacronistiche) andrebbero valorizzati.

Oltre all’incontro serale su Maria e il Magnificat, il mattino successivo terrà una lezione biblica per gli studenti delle superiori su “Qoèlet, un filosofo nel primo Testamento?”. Perché proprio il Qoèlet?
È un libro del tutto insolito nell’Antico Testamento, da un lato è un libro sapienziale, dall’altro lato però mette in discussione la sapienza, proprio a fronte di una soggettività che si erge sulla realtà che osserva, davanti a un ricorrente “io ho indagato, io ho osservato”, un io soggettivo che è molto contemporaneo e moderno. Perché il Qoèlet sta nella Bibbia? Perché ci ricorda che Dio è creatore e che tutto è nelle mani di Dio, con un certo scetticismo sulle possibilità umane di andare oltre la propria esperienza. Il Qoèlet a maggior ragione oggi serve come antidoto alle visioni apocalittiche per esempio di chi ritiene di sapere da che parte sta Dio e dunque come andrà il mondo. Il Qoèlet introduce il dubbio di poter sapere, il dubbio sulle nostre sicurezze anche in materia religiosa. È molto attuale di questi tempi verso chi, proprio perché forte di avere la religione dalla propria parte, crede di sapere da che parte stia Dio e come andranno le cose. Qoèlet ci dice, prendi la vita come viene e godi delle cose che hai ma non avere così tanta fiducia sulle tue credenze.

Pensa ai conflitti in Medioriente?
Ma anche ad alcune correnti evangeliche statunitensi, appassionate di questa visione apocalittica, che porta a ritenere di avere le chiavi di lettura, di essere infallibili tanto da sapere esattamente come stanno le cose e dove andare. Qoèlet fa da contrappeso e antidoto. Perciò ho ritenuto fosse importante per una lezione specialmente ai giovani.

Per molti anni lei ha lavorato con Paolo Ricca, c’è un ricordo vivido?
Sarebbe un ricordo sessantennale, lo conobbi da ragazzino quando lui era pastore a Torino, teneva un corso serale di Teologia che da liceale iniziai a seguire, ciclostilavo i suoi testi. Ricca non fu estraneo alla mia decisione di proseguire gli studi proprio in Teologia, poi lo ho avuto come docente e poi collega. Il legame era molto forte, era un grande predicatore e ascoltatore. Direi che due aspetti erano suoi specifici, il dire che attrae e il tacere per ascoltare.