Commento al Vangelo
Domenica 5 luglio, commento di don Renato De Zan
Mt 11,25-30
25 In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro
Il Testo
1. Il testo della formula evangelica è il risultato di una fusione. Mt 11,25-26 contiene una preghiera di Gesù (“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra”) sul mistero della rivelazione ai “piccoli”. Mt 11,27 è un detto del Signore agganciato dal tema della rivelazione alla preghiera precedente: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Mt 11,28-30, infine, contiene un invito (“Venite”) ad accogliere il giogo dolce e leggero di Gesù. La Liturgia ha voluto unire Mt 11,28-30 ai due brani precedenti perché il ristoro che dona Gesù e il suo giogo dolce e leggero vengono considerati parte della rivelazione donata ai “piccoli”.
2. La struttura della formula è relativamente facile da individuare perché ogni “detto” costituisce una unità. Si avrà pertanto la preghiera di lode o di confessione (Mt 11,25-26). Seguirà la rivelazione del Padre a colui al quale il Figlio lo voglia far conoscere (Mt 11,27). Chiude l’invito pressante di Gesù (“Venite….Prendete…Imparate da me…”) affinché il discepolo trovi ristoro in Gesù e, abbandonando il pesante fardello delle norme farisaiche, prenda su di sé il giogo dolce e leggero del Maestro, che è l’imitazione della sua persona.
L’Esegesi
1. Il testo greco originale inizia così: “In quel tempo, rispondendo, Gesù disse: Confesso a te, Padre…”. La traduzione italiana propone: “In quel tempo Gesù disse: – Ti benedico, o Padre,..-”. La preghiera greca di testimonianza è diventata una benedizione nella versione italiana e il verbo greco “rispondendo” è scomparso. Gesù dice con chiarezza che la rivelazione, per benevolenza del Padre, è donata ai “piccoli”. In greco non c’è il vocabolo “mìkròs-piccolo” ma “nèpios-dimesso, umile, semplice” che indica i poco importanti nella scala sociale (= i discepoli).
2. La preghiera di Gesù è una risposta all’incredulità di Corazin, Betsaida e Cafarnao (cf Mt 11,20-21). Gli abitanti di queste città non avevano accolto i segni (miracoli e predicazione) di Gesù e non si erano convertite. Gesù, per antitesi, constata che i “nèpioi” (umili, modesti, semplici) invece hanno accolto i segni e si sono convertiti.
3. La rivelazione è un dono, non è una acquisizione di tipo intelletturale ottenuta con lo studio, per questo sono esclusi i “dotti” (sunètoi) e i “sapienti” (sofòi) che stanno ad indicare gli scribi, i maestri della Legge e i farisei. Paolo, adoperando gli stessi vocaboli di Gesù, dice che Dio distruggerà la sapienza dei sapienti e annullerà l’intelligenza degli intelligenti. La vera sapienza si trova nella persona di Gesù e nel suo Mistero Pasquale (1Cor 1,18-31). Ciò che il testo evidenzia è che la rivelazione avviene solo per mezzo di Gesù e il contenuto della rivelazione è, fondamentalmente, la persona del Padre. Il concetto è ben sintetizzato in Gv 1,18: “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”.
4. Il terzo momento della rivelazione- secondo la volontà della Liturgia – sta nella duplice manifestazione di Gesù. Egli è colui che dona ristoro a coloro che sono oppressi dalla morale ossessivamente legalistica dei farisei, a coloro che sentono il bisogno della Parola liberante di Dio. Per i rabbini la Toràh era il giogo di Dio. Gesù sostituisce la Toràh con una nuova legge: la sua persona (“imparate da me…”). Agli affaticati e agli oppressi Gesù offre il suo “giogo” (la vera alleanza, la vera sapienza, la vera legge) che consiste nell’ “imparare da Lui”, che non impone (praùs = mite), ma propone: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi…e vieni! Seguimi!” (Mt 19,21).
Il Contesto Celebrativo
1. Il testo della prima lettura (Zc 9,9-10) presenta il messia come giusto, vittorioso, umile e cavalca un asino. Questa profezia si adempie in Gesù, mite e umile di cuore. Dietro al binomio “mite e umile” non si nasconde dunque nessuna passività. La profezia di Zaccaria dice che il Messia, nella sua missione salvifica, agisce: mantiene la parola data perché “giusto” e salva con l’umiltà di colui che propone e non impone perché “mite”.
2. La Colletta generale si lega pochissimo con le tematiche della Liturgia della Parola. La Colletta propria, invece, riprende i grandi temi del vangelo e li elabora a modo suo. Nell’amplificazione traduce il vocabolo evangelico “nèpioi” con “piccoli e poveri” e fa del Regno di Dio l’oggetto della rivelazione (nel Vangelo, l’oggetto della rivelazione è il Padre). Nella petizione chiede che gli oranti siano resi “miti e umili di cuore” a imitazione di Gesù. Nel fine della petizione il “giogo” viene tradotto con la “croce da portare” (nel vangelo il giogo è la nuova legge di Gesù che è l’imitazione di Lui).