L'editoriale
Stranieri: “uscire da una logica solo difensiva”
Ci sono immagini che immediatamente riportano il pensiero a certe scene di film dedicati a brutte pagine della storia: la scorsa settimana è capitato di fronte alle cronache da Belfast, dove si è scatenata una vera e propria caccia al nero. Definizione che mette i brividi.
Da una parte la mente andava ai cappucci del Ku Klux Klan, l’organizzazione suprematista bianca nata negli Usa nella seconda metà dell’Ottocento che si macchiò di violenze contro gli afroamericani e che nel corso del ‘900 ampliò le persecuzioni anche contro cattolici, ebrei e comunisti. Violenze in qualche modo rievocate qualche mese fa dall’Ice, la polizia di Donald Trump, quando batteva le strade di Minneaopolis a caccia degli indesiderati latinos. Risultato: quattromila arresti e due cittadini americani uccisi. Dall’altra parte, le case rosse irlandesi, dove la violenza dei giorni scorsi si è scatenata, ricordano quelle dei ghetti di qualche vecchia pellicola, simile anche la violenza messa in atto: calci alle porte, rastrellamenti, persone strattonate, colpite, trascinate. Procedure analoghe alla caccia agli ebrei casa per casa dei nazisti.
Nel caso di Belfast, doveroso sottolinearlo, tutto è nato a seguito di un quasi omicidio, perpetrato da un sudanese con regolare permesso di soggiorno su di un cittadino nordirlandese che, per quanto subìto, ha perso un occhio. Azione da condannare. Ma i video girati mostravano un uomo con la pelle scura accanirsi contro uno con la pelle bianca: tanto è bastato per far sì che la rabbia non si rivolgesse contro il reo ma contro tutti gli immigrati, nonostante che il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, avesse lanciato un appello perché l’episodio non venisse usato per fomentare gli animi contro i migranti. Non è stato sufficiente: sulle sue ragionevoli parole sono prevalse quelle esagitate dei social degli attivisti di estrema destra (non escluso Elon Musk).
Anche se le condizioni odierne non sono quelle del detto passato, due aspetti paiono accomunarle: la violenza e la non accettazione del diverso. Una non accettazione che serpeggia e si manifesta per l’Europa e che non può, memori della quantità di male che ne scaturì nel passato, lasciare indifferenti. La non accettazione di chi è diverso si incarna oggi anche in una nuova idea e in una nuova parola che la riassume e si fa strada: remigrazione. Viaggia dalla Germania alla Francia, riecheggia in Italia, si è letta sotto le foto dei migranti in catene a El Paso (Texas) pronti per essere riportati su un aereo militare in Guatemala per obbligato rimpatrio.
La questione è di certo politica, ma tutto si fonda e affonda nella visione dell’uomo che sottende l’idea. E l’idea, quando si fa ideologia, è capace di sprigionare violenze inaudite: lo ha ben testimoniato il secolo passato con le potenze sterminatrici dei nazisti di Hitler quanto dei comunisti di Stalin.
Oggi l’Europa, investita dall’arrivo di milioni di persone, tende a chiudersi, dimostrandosi più propensa ad alzare i ponti levatoi del suo vecchio castello e a respingere chi cerca di entrarci o cacciare chi già lo ha fatto. Il nuovo Patto europeo per l’immigrazione (12 giugno), risulta divisivo negli intenti e nei metodi. Finalmente capace di una risposta unita e unica secondo alcuni, troppo respingente per altri. Nel concreto, sembra comunque che in Europa ci sia chi dimentica (o si distrae dal fatto che) che chi arriva cerca salvezza da fame, guerre, carestie, persecuzioni e altre sciagure; dimentica che la popolazione europea invecchia senza più adeguato ricambio; dimentica che chi, straniero, è stato accolto cerca una vita migliore e non un vagabondaggio ai margini della civiltà; dimentica, infine, che chi arriva svolge per lo più lavori che sono a noi invisi: nei campi (e se ne conoscono le condizioni), nelle fabbriche, nei camion delle consegne malpagate o della nettezza urbana, sulle impalcature. Farne a meno, lo dicono i demografi quanto gli economisti, non è possibile né realistico. La convivenza è dunque – piaccia o no – anche una nostra convenienza. Regole rispettando: le stesse di ogni cittadino europeo.
Si sa quanto questo sia difficile. Brutti episodi di violenza, inflitta e non solo subita, ci sono stati: contro di essi l’arroccamento è forse la risposta istintiva e immediata, ma non è trasformativa né per chi arriva, nel senso della integrazione, né per chi c’è già, nel senso della inclusione.
Il card. Zuppi ha ribadito più volte, anche dalla vicina Gemona (il 3 maggio nel 50° del terremoto) che “bisogna uscire da una logica solo difensiva. Che non significa accogliere tutti ma uscire dalla polarizzazione, che non fa affrontare i problemi reali”.
Qualche giorno fa papa Leone XIV, incontrando a Gran Canaria migranti e volontari al molo di Arguineguín, il ‘molo della vergogna, ha inquadrato la questione con parole adamantine: “Il dramma dei migranti deve diventare un esame di coscienza per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. Sono parole che impegnano tutte le nazioni – di partenza, di passaggio, di arrivo – in questa che è una delle sfide più ardue di questi tempi.