Chiesa
Scomparsa del card. Camillo Ruini
La Biografia
Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, dopo gli studi liceali Camillo Ruini ha compiuto presso la Pontificia Università Gregoriana gli studi filosofici e teologici in qualità di alunno dell’Almo Collegio Capranica, conseguendo la licenza in filosofia e la laurea in teologia. È stato ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954 nella cappella dell’Almo Collegio Capranica di Roma dal vescovo Luigi Traglia, vicegerente della diocesi di Roma. Il ventitreenne “don Camillo” era allora studente nella Pontificia Università Gregoriana. Nella città natale di Sassuolo presiedeva la prima messa la mattina della domenica 12 dicembre nella collegiata di San Giorgio Martire. Conclusi gli studi a Roma e rientrato definitivamente in diocesi nel 1957, durante l’episcopato del vescovo Beniamino Socche, è divenuto docente di filosofia nel Seminario diocesano, inaugurato da tre anni. Dal 1958 al 1966 ha ricoperto l’incarico di assistente dei Laureati cattolici e successivamente del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Nel 1966 il vescovo Gilberto Baroni lo ha nominato delegato vescovile per l’Azione Cattolica, incarico che ha ricoperto sino al 1970. Nel 1968, istituito a Reggio Emilia lo Studio teologico interdiocesano ne è divenuto docente di Teologia dogmatica e contemporaneamente preside, formando generazioni di sacerdoti e di laici. Lo stesso anno il vescovo Baroni gli affidava l’incarico di vicario episcopale per l’apostolato dei laici, ufficio che ha ricoperto sino al 1986. Sempre nel 1968 mons. Baroni lo nominava presidente del Centro Giovanni XXIII – “il Giovanni” come era abitualmente chiamato, con sede in via Prevostura 4 – istituzione culturale che ha guidato con saggezza e ricchezza di attività. Il 1° novembre 1975 sempre il vescovo Baroni lo nominava presidente della Consulta diocesana, poi interdiocesana, per la pastorale scolastica. Ha avuto parte attiva nell’ organizzazione e nella conduzione del Sinodo diocesano sull’evangelizzazione in terra reggiana e guastallese. La nomina ad ausiliare era solo il primo gradino di un “cursus honorum” che ha portato “don Camillo” a responsabilità sempre più alte, sino alla presidenza della Cei e a ricoprire per la diocesi di Roma l’incarico di vicario di due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nonché alla porpora cardinalizia.
Il 28 giugno 1986 Giovanni Paolo lo nominava segretario generale della Conferenza episcopale italiana; il 17 gennaio 1991 Papa Woytjla lo elevava alla dignità di arcivescovo e lo eleggeva suo pro-vicario per la diocesi di Roma; il 7 marzo 1991 Papa Wojtyla lo voleva presidente della Cei e lo creava cardinale nel Concistoro del 28 giugno 1991, del titolo di Sant’Agnese fuori le mura; il successivo 1° luglio fu nominato vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma.
Papa Woytjla lo riconfermò per due quinquenni presidente della Conferenza episcopale italiana: il 7 marzo 1996 e il 6 marzo 2001, incarico mantenuto sino al 2008.
Particolarmente attese e oggetto di ampia riflessione anche per il mondo politico sono state le sue prolusioni alle riunioni dei vescovi italiani, così come i suoi puntuali interventi su tematiche ecclesiali, etiche e concernenti la politica nel suo senso più alto.
Il Cardinal Ruini, fu anche una figura di rilievo sia nel governo della Chiesa sia nella riflessione teologica. Da presidente della CEI, ne rafforzò le strutture e la coesione, promuovendo dal 1997 il “Progetto culturale cristianamente orientato”, nato per favorire una maggiore presenza dei cattolici nei luoghi della cultura e della formazione dell’opinione pubblica. Celebre il suo motto: «Meglio contestati che irrilevanti». Sul piano teologico sostenne il Concilio Vaticano II secondo una lettura di continuità, pur ritenendo che alcune questioni, come il modernismo, non fossero ancora del tutto risolte.
L’ANNUNCIO
“Ci raccogliamo in preghiera e affidiamo alla misericordia del Padre il cardinale Camillo Ruini, che il Signore ha chiamato a sé. Lo ricordiamo con riconoscenza per la vita spesa al servizio del Vangelo, della Chiesa di Roma e della Conferenza episcopale italiana”. Con queste parole il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, esprime il cordoglio dell’episcopato italiano per la morte del card. Camillo Ruini, avvenuta la sera di martedì 16 giugno. “Presidente della Cei e vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Ruini ha servito la Chiesa con intelligenza, passione pastorale e profondo senso ecclesiale – scrive il card. Zuppi -. Ha svolto il suo ministero con la consapevolezza che la fede non è mai estranea alla storia. L’annuncio cristiano, ha sempre sostenuto, deve incontrare le domande reali dell’uomo, della società e della cultura”. Il presidente della Cei sottolinea come Ruini abbia “aiutato la Chiesa in Italia a pensare, discernere, parlare e camminare nel proprio tempo, custodendo il legame vivo con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale”. Il suo motto episcopale, “Veritas liberabit nos”, “resta una consegna per tutti: cercare la verità che è Cristo, perché solo essa rende liberi e capaci di amare”. Il card. Zuppi si stringe “con affetto ai familiari, alla diocesi di Roma e a quanti lo hanno conosciuto, stimato e seguito nel suo lungo ministero”.
IL LIBRO DEDICATO ALLA MORTE
Si può scrivere un libro che si interroga sulla morte, come approdo inevitabile dell’umano, e farlo in modo sereno? La risposta è: sì, se ti chiami Camillo Ruini e se al termine “morte”, nel sottotitolo, associ quello di “speranza”, non come ingenuo ottimismo ma come orizzonte tangibile certificato, per i credenti, da una fede plasmata dal serrato confronto con la ragione. Sono passati dieci anni dalla pubblicazione del suo libro – “C’è un dopo? La morte e la speranza” (Mondadori) – ed è bello ricordarne la profondità e la pregnanza proprio oggi, quando il cardinale, quello degli esordi della mia professione giornalistica, come quella di tanti altri, dei primi passi del mio matrimonio, del battesimo delle mie due figlie, ha scelto di morire nella sua casa, accanto alle persone care e all’infaticabile Pierina, al termine di 95 anni di vita. Vissuti intensamente, senza sconti sul proprio impegno declinato su più fronti e mai venuto meno – anche quando ha cessato di essere un “personaggio pubblico” – grazie ad una innata curiosità per la Chiesa, la storia, il mondo, la politica, la condizione dell’uomo, le sfide della scienza e della bioetica, che lo hanno portato anche a confrontarsi con i più brillanti esponenti del pensiero contemporaneo.
Camillo Ruini è stato per oltre un quindicennio un riferimento imprescindibile per la Chiesa italiana (e per la sua presenza nello spazio pubblico), che ha guidato con lungimiranza e con una propria, originale e vigorosa visione,
ma oggi è importante ricordarlo soprattutto per il suo lato umano, sconosciuto ai più, di persona estremamente ironica e autoironica, dotata di un umorismo “british” e di una prodigiosa memoria, oltre che di una sterminata cultura filosofica, storica e teologica. Per tanti di noi, per me, è stato non solo un maestro di vita e di comunicazione, ma anche un compagno di risate e battute – “la mia birba”, mi chiamava – nei momenti in cui non era sotto i riflettori mediatici, che lo hanno troppo spesso ingabbiato in semplificazioni e strumentalizzazioni riduttive e fuorvianti. Di ogni persona che incontrava, anche una sola volta e di sfuggita, ricordava volto e nome per sempre. Ciò che mi ha sempre colpito di più di lui, da filosofa di formazione quale sono, era l’acutezza dello sguardo e la sua ineccepibile capacità di portare avanti le proprie argomentazioni, in ogni campo: potevi, al massimo, dissentire con lui, ma non riuscivi mai, in alcun modo, a coglierlo in fallo nel suo modo inattaccabile e privo di qualsiasi retorica nel dimostrarle.
C’è “un dopo” la morte, ed è quella che il Ruini autore chiama “la grande speranza”.
La speranza in una vita futura che, impedendoci di assolutizzare il presente e di considerare definitivi gli effetti del nostro agire, ci libera interiormente e ci consente di perseguire ciò che è buono e giusto, anche al di là delle probabilità di successo. Una speranza, insomma, che poggia sulla fede in Dio e dona a ogni evento della nostra vita un significato diverso, più ampio e duraturo. “Viv0 fino alla morte” (Effatà), è il titolo dell’ultima opera di Paul Ricoeur, filosofo molto amato. Sono sicuro che anche al “mio” cardinale sarebbe piaciuto, come sottotitolo di una lunga vita. Spesa bene, nella gioia della vocazione sacerdotale, che ha rivendicato fino all’ultimo e declinato in puro spirito di servizio alla Chiesa.