Commento al Vangelo
Domenica 21 giugno, commento di don Renato De Zan
21.06.2026 – 12° Domenica del T.O. – A
Mt 10,26-33
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: “26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri
Il Testo
1. Il lungo discorso apostolico è suddivisibile, semplificando, in sette passaggi. I Dodici sono mandati a Israele e non ai pagani o samaritani (Mt 10,5-6) per predicare, guarire e cacciare i demoni (Mt 10,7-8). I Dodici sono mandati senza supporti “logistici” (Mt 10,9-10) e hanno comportamenti diversi se accolti o non accolti (Mt 10,11-15). Nella missione i Dodici non devono dimenticare che la persecuzione può essere in agguato, ma la loro testimonianza li salverà (Mt 10,16-25). È ovvio che nell’apostolo può sorgere la paura, ma Gesù per tre volte ripete: “Non abbiate paura” (Mt 10,26-33): Chiude il discorso una serie di raccomandazioni (Mt 10,34-42). La formula evangelica di oggi è costituita dalle tre esortazioni a non aver paura (Mt 10,26-33).
2. La formula di Mt 10,26-33 è scandita dalla ripetizione dell’espressione “non abbiate paura” (Mt 10,26.28.31). L’espressione racchiude la risposta di Gesù alle eventuali paure dei suoi apostoli. La prima (Mt 10,26-27) è la paura delle religioni misteriche. La seconda paura riguarda il possibile martirio (Mt 10,28-30). La terza (Mt 10,31-33) tocca il problema della retribuzione finale: chi riconoscerà Gesù Cristo morto e risorto davanti agli uomini, Cristo lo riconoscerà davanti al Padre. Si ricordi che nel linguaggio biblico “riconoscere” (omologhèo) implica la confessione della propria fede in Gesù come Messia e come Morto-Risorto (cf Gv 9,22: “Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto (omologhèse) come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga”).
L’Esegesi
1. Gli Apostoli non devono aver paura delle religioni misteriche (orientali e occidentali), molto diffuse nell’impero romano e ricche di fascino attraente. Erano culti riservati solo a coloro che avevano fatto un percorso di introduzione a quei determinati misteri (misteri eleusini, misteri di Iside, ecc.). La fede cristiana, invece, è trasparente, aperta e accogliente anche nei confronti di chi cristiano non è. Anche tra i primi cristiani ci sono stati gruppi che si dicevano depositari di una rivelazione segreta di Dio. Il discepolo non deve aver paura di coloro che si ritengono depositari di segreti spirituali particolari. Gesù dice che il cristianesimo non ha “segreti”.
2. Bellissima l’affermazione di Paolo sul tema del “parlare in lingue” con la necessità che un profeta traduca quel linguaggio per tutti, cristiani e no, presenti nella celebrazione cristiana: “Altrimenti, se tu dai lode a Dio soltanto con lo spirito, in che modo colui che sta fra i non iniziati potrebbe dire l’Amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici?” (1Cor 14,16)
3. La persecuzione può giungere anche a togliere la vita al cristiano, ma non può toccare la libertà e l’integrità dell’anima. Dio, però, diversamente dall’uomo che ha potere solo sul corpo, ha potere sul corpo e sull’anima. Giustamente Pietro dice ai sommi sacerdoti che è meglio obbedire a Dio che agli uomini (cf At 5,29: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”). Matteo ha scelto una espressione un po’ difficile da capire in italiano, se non si legge il testo greco originale. Il problema è chiaro: confessare Gesù come Messia e Signore (= Morto-Risorto) equivale ad essere eternamente salvi. Marco è più chiaro nel riportare il pensiero del Maestro: “38 Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 8,3).
Il Contesto Celebrativo
1. Nel libro di Geremia si leggono i momenti difficili del profeta in testi che vengono chiamati “le confessioni di Geremia” (Ger 11,18–12,6; 15,10-21; 17,14-18; 18,18-23; 20,7-20). La prima lettura è tratta dalla parte centrale dell’ultima “confessione”: Ger 20,10-13. È un testo dolorosissimo. Il profeta, però, in questo momento difficilissimo di persecuzione confessa: “Il Signore è al mio fianco come un prode valoro, per questo i miei persecutori vacilleranno” (v. 11). È un modo diverso di esprimere l’esortazione di Gesù: “Non abbiate paura”.
2. La Colletta propria ha sintetizzato in modo egregio le tematiche principali del vangelo. I cristiani hanno la consapevolezza che Dio ha affidato alla loro debolezza l’annuncio profetico della sua Parola (amplificazione). La petizione chiede di essere liberati dalla paura. Il fine della petizione, riprendendo il testo greco del vangelo, dice “perché….confessiamo (omologhèo) con franchezza il tuo nome davanti agli uomini”.