Gli Uni e l’Altra

EP Plenary Session - European Order of Merit – Conferral ceremony ((Photo European Parliament) SIR

Mentre gli occhi del mondo attendono, al tempo stesso sfiduciati e desiderosi, il volo delle colombe della pace su Ucraina, Terra santa e Medio Oriente, si sono incontrati in Cina due dei grandi della terra, due di coloro che possono stabilire la vita o la morte di migliaia di persone decidendo da soli, con la potenza dell’ipse dixit, se muovere guerra o meno. Un incontro, quello tra Xi Jinping e Trump, mosso da innegabili interessi economici – lo stuolo dei big che Trump si è portato in volo lo dimostra – che non devono però nascondere l’invitato di pietra: il nuovo equilibrio del mondo, sul quale hanno gioco preponderante gli affari.

Un incontro riassunto in quattro T: tariffe, tecnologia, ma anche Teheran e Taiwan. E,per far funzionare le prime due, è sulle seconde che si è trattato: alla ricerca di accordi strategici e funzionali oltre che di concordate non ingerenze. Sui dazi i toni sono stati tesi, dimostrando la Cina di avere armi di ritorsione (le terre rare) convincenti; sulla tecnologia (che di terre rare abbisogna) si giocano tutti i grandi sistemi che guidano il mondo, dall’industria alle banche ai nuovi modi di fare la guerra; su Teheran è condivisa l’urgenza di sbloccare lo stretto e, giocando la carta della probabile influenza cinese sull’Iran, Trump potrebbe aver ammorbidito la posizione degli Usa a difesa dell’isola contesa.

Il viaggio di Trump a Pechino si è concluso con l’invito rivolto da Trump a Xi Jinping per un viaggio negli Usa a fine settembre.

I commentatori non hanno visto in questa mossa un atto di cortesia quanto la necessità, da parte del Presidente Usa, di mostrarsi più forte degli scricchiolii che minano il suo operato, a partire dalla vantata capacità di portare alla pace il conflitto Russia – Ucraina che invece continua ad oltranza, ma anche circa la pseudo tregua in Terra santa, le guerre che incendiano il Libano, la scelta avventata di muovere guerra all’Iran che non si dimostra disposto a scendere a patti e sa come mordere a sua volta.

Non gettano su di lui sguardi unanimi di consenso altri vanti: dall’operazione Venezuela alle mire sulla Groenlandia fino all’ambita Cuba.

I sondaggi Made in Usa dicono di un presidente in ribasso di simpatia e considerazione per questo l’invito del presidente cinese alla vigilia delle elezioni di metà mandato suona come una mossa volta a dimostrare quanto i grandi della terra lo abbiano in stima.

Non meno scricchiolante è parso il rivale americano di sempre – che nell’era Trump è piuttosto un blandito potente -, ovvero il presidente russo. Alla parata militare del 9 maggio, che celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale e che è la festività più importante dell’anno per il regime di Vladimir Putin, non c’è stata la solita sbandierata dimostrazione di potenza militare: sono mancati mezzi, uomini e popolazione festante. Pochi giorni dopo, il presidente si è mostrato sorridente mentre consegnava un mazzo di fiori alla sua 92nne insegnante di tedesco: gesto mirante a riconquistare un consenso popolare che cala ad ogni bara di giovane soldato russo che rientra dal fronte.

Ora, dire che i due presidenti sono meno potenti sarebbe un ingenuo azzardo, ma per certo hanno vissuto giorni e glorie migliori. Anche per questo, alla consegna del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, un applauditissimo Maria Draghi ha usato i 45 minuti della sua Lectio Magistralis per suonare la sveglia all’Europa.

Il suo dire? I tempi spronano l’Europa a prendere in mano il suo destino con maggior decisione: con degli Usa a guida Trump che hanno scelto di non essere più i partner che sono stati dalla Seconda guerra mondiale a ieri; con una Russia a guida Putin che, riabbracciando il sogno del perduto impero, non ha esitato a riportare la guerra in Europa; con una politica e un’economia globali che richiedono unione agli stati e non nazionalismi baldanzosi quanto fragili. Draghi ha riassunto il tutto nello slogan: “Più assertivi con gli Usa”.

Ora, l’assertività è la capacità di esprimere il prorpio punto di vista, le proprie posizioni, in modo chiaro ed efficace, difendendo i propri spazi senza prevaricare od offendere l’interlocutore; una dote preziosa che possiede chi sa trovare il giusto equilibrio tra aggressività e sottomissione. Questa dovrebbe essere la strada dell’Unione Europea se vuole non solo mantenersi ma diventare finalmente tale: tra gli Uni (i grandi che si sfidano a colpi di guerre), essere dunque l’Altra: l’altra via, quella della ratio, della giustizia e del diritto.

Simonetta Venturin