Diocesi
Giovedì santo, 2 aprile: omelia di S.E. Pellegrini per la Messa in Coena Domini
Carissimi, ci troviamo stasera nel cuore pulsante della fede cristiana: il Giovedì Santo. Non è solo l’inizio del Triduo, ma è la porta d’ingresso nell’intimità più profonda di Dio. In questa ‘Cena del Signore’, il tempo e l’eternità si intrecciano, perché celebriamo un memoriale che non è un semplice ricordo, ma un evento vivo che ci raggiunge qui, oggi. Viviamolo con fede e con intensità.
Gesù si è seduto a tavola con i suoi nel contesto della Pasqua ebraica. Per Israele, era la notte della memoria, il passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della Terra Promessa. Mangiare l’agnello, le erbe amare e il pane azzimo significava dire “Dio ci ha liberati”. Ma in quella stanza e quella sera, Gesù ha operato un ribaltamento inaudito. Egli non solo ha celebrato la liberazione del passato, ma ha compiuto la nuova ed eterna Alleanza. Il centro della cena non era più il sangue dell’agnello sugli stipiti delle porte, ma Lui stesso, “sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo gli amò fino alla fine” (Giovanni 13, 1). In quel clima di addio, che trasudava di un amore estremo, Gesù trasformò il senso della storia, liberandoci non dalla schiavitù di un faraone, ma da quella esistenziale del peccato e della morte.
Giovanni, con il gesto della lavanda dei piedi ai discepoli, ci presenta uno degli aspetti dell’ultima cena di Gesù, che mette in luce l’aspetto centrale: l’amore di Gesù per i suoi. L’eucaristia, infatti è il sacramento dell’amore e questo amore ci viene presentato con due gesti: la lavanda dei piedi e lo spezzare il pane, per dirci che l’amore di Dio non è una teoria astratta, ma un corpo che si piega e si spezza. Dio non ci guarda dall’alto della sua onnipotenza, ma dal basso, dai nostri piedi stanchi e impolverati. La Chiesa nasce qui: non come una struttura di potere, ma come una comunità di persone che, avendo ricevuto misericordia, imparano a chinarsi l’uno sull’altro. La lavanda è il preludio necessario all’Eucaristia: non si può mangiare il Corpo di Cristo se non si è disposti a servire il corpo del fratello. Gesù che lava i piedi ai discepoli assume un grande valore anche per la Chiesa: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ha fatto a voi” (13,15).
Gli altri evangelisti e l’apostolo Paolo, quando raccontano l’Ultima Cena si soffermano sul gesto dello spezzare il pane: “Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò … e disse ‘Prendete, mangiate: questo è il mio corpo” (Matteo 26,26). In questo gesto semplice è racchiuso l’intero destino di Cristo e l’essenza della nostra fede. Domandiamoci: perché spezzare? Un pane intero sazia una persona sola; un pane spezzato può essere condiviso. Gesù non si limita a dare qualcosa; egli si spezza. Lo spezzare il pane è l’anticipazione della Croce: lì, il suo corpo sarà realmente spezzato dai chiodi e dalla lancia per essere distribuito a tutti. Scriveva un Padre della Chiesa: “Quando gli occhi dei discepoli erano ancora chiusi, il pane spezzato fu la chiave con la quale furono aperti” (Efrem il Siro). Nella nostra vita quotidiana, questo spezzare il pane si può tradurre nel rinunciare alla nostra durezza: l’orgoglio, il voler avere sempre ragione, il bisogno di apparire perfetti. Come il pane deve essere spezzato per nutrire, così noi dobbiamo lasciarci scalfire dalle necessità degli altri. Vivere l’Eucaristia in famiglia, ad esempio, significa spezzare il proprio orgoglio per chiedere scusa o per perdonare un torto, trasformando una tensione in un momento di comunione.
Per noi, il valore dello spezzare il pane può assumere diversi significati. È Comunione: ricevendo il pane spezzato, diventiamo un solo corpo. L’Eucaristia distrugge l’isolamento. Non esiste un cristiano solitario, siamo tutti frammenti dello stesso Pane che Dio ha diviso per noi. È Sacrificio: Gesù ci insegna che la vita fiorisce solo quando viene donata. Finché teniamo la vita per noi, essa marcisce come il pane vecchio. Quando la spezziamo nel servizio, nella pazienza e nell’accoglienza, essa diventa nutrimento per gli altri. È Presenza reale: in quel pezzo di pane, Gesù nasconde la sua divinità per farsi accessibile, segno della vulnerabilità di Dio. Egli è così umile da lasciarsi mangiare, da voler diventare parte del nostro sangue e delle nostre ossa.
Carissimi tutti, in questo nostro tempo, segnato da profonde divisioni, solitudini digitali e conflitti che sembrano non avere fine, il segno dello spezzare il pane scuote le nostre coscienze. Viviamo nella cultura del possedere e dell’accumulo: vogliamo tutto per noi, integri nei nostri privilegi. L’Eucaristia ci sfida a diventare ‘uomini e donne eucaristici, che hanno il coraggio di spezzare il proprio tempo per ascoltare chi è solo; di spezzare i pregiudizi per accogliere chi è diverso; di spezzare il silenzio per denunciare le ingiustizie. Il mondo oggi ha fame. Non solo di cibo materiale, ma di senso, di speranza e di tenerezza. In questa celebrazione lasciamoci guardare da Gesù mentre ci lava i piedi. Sentiamo lo stupore di un Dio che ci serve. E nel momento dello spezzare il pane ricordiamoci che quel gesto è la nostra salvezza. Chiediamo la grazia di saper trasformare anche le nostre ferite e le nostre stanchezze in pane spezzato per la gioia di chi ci cammina accanto.
Entriamo nel silenzio del Getsemani con questa certezza: non siamo più schiavi, ma amici, amati fino alla fine.
+ Giuseppe Pellegrini, vescovo
