Diocesi
Pordenone, Domenica delle Palme, omelia del vescovo Pellegrini
Carissime sorelle e fratelli, entriamo con questa celebrazione nella Settimana Santa. L’abbiamo iniziata con la benedizione dei rami d’ulivo in mano, acclamando a Gesù come avevano fatto le folle: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Matteo 21,9). Tra poco usciremo da questa chiesa con il cuore scosso dal racconto della Passione secondo Matteo. È un contrasto forte: la festa e il pianto, il trionfo e l’abbandono.
C’è un particolare, in questo lungo racconto della Passione, che tocca nel profondo: il silenzio di Gesù. Mentre intorno a Lui tutto è rumore, urla e cospirazione, Gesù tace. Cospirano i capi del popolo nel segreto delle loro stanze; cospira Giuda con il rumore dei trenta denari; cospira la folla che, sobillata, grida “Sia crocifisso!” (27, 22.23). Persino i discepoli, con il loro sonno nel Getsemani e con il rinnegamento di Pietro, partecipano a questo cerchio di tradimento. E Gesù davanti al sinedrio, davanti a Pilato e davanti agli scherni dei soldati, non dice nulla. Non lancia maledizioni, non cerca scuse, non prova a convincere nessuno della propria innocenza. Egli sceglie il silenzio; non il silenzio della rassegnazione o della sconfitta, ma il silenzio dell’amore che sopporta tutto, opponendo solo il mistero della sua Passione. Certo, una sola parola sarebbe bastata al Padre per fornirgli immediatamente più di 12 legioni di angeli. Ma il Padre ha voluto che il suo stesso Figlio diffondesse il suo amore sull’umanità portando nella sua carne crocifissa tutto il peccato del mondo. Il silenzio di Gesù è l’argine che ferma l’onda dell’odio: Gesù riceve il male e lo trasforma in perdono, senza restituirlo. Ma il silenzio di Gesù disturba anche noi. Narra l’evangelista Matteo “che il governatore rimase assai stupito” (27,14). Gesù sa che Pilato non cerca la verità, ma un compromesso politico; e la verità non ha bisogno di gridare per esistere.
Oggi, guardando il crocifisso, quel volto rigato di sangue e quel corpo appeso al legno, non vediamo solo un fatto storico accaduto duemila anni fa, ma la rappresentazione di tutta l’umanità che soffre. Se guardiamo bene la Croce, vi scorgiamo i volti di chi vive l’orrore della guerra. Vediamo le madri che piangono i figli sotto le macerie, i padri che non sanno come proteggere le loro famiglie, i bambini a cui è stato rubato il futuro dai missili e dalle armi. Gesù sulla Croce non è un Dio lontano dal dolore: è un Dio che si è “immerso” nel dolore del mondo.
Ogni colpo di martello su quei chiodi risuona oggi nelle esplosioni dei conflitti che insanguinano la terra. Gesù soffre ancora in ogni innocente colpito. Eppure, proprio da quella Croce, Egli continua a dirci che la violenza non ha l’ultima parola. Il Crocifisso è l’unico che può capire chi soffre, perché Lui è lì, accanto a loro.
Perché il racconto della Passione possa entrare con più forza dentro di noi e postare ad un cambiamento, vi suggerisco tre passi concreti per vivere questi giorni santi in modo autentico. Il primo è ‘custodire il Silenzio dell’ascolto’. In questa settimana, proviamo a spegnere un po’ il rumore. Meno social e TV, meno chiacchiere inutili, meno lamentele. Trovare qualche minuti ogni giorno per stare davanti al Crocifisso in silenzio, chiedendoci: “Signore, cosa vuoi dirmi con il tuo dono?”. Secondo, ‘farsi cirenei di qualcuno’. Gesù ha avuto bisogno di Simone di Cirene per portare la croce. Attorno a noi ci sono persone che portano croci pesantissime: la solitudine, una malattia, la preoccupazione per un figlio, la fatica di arrivare a fine mese. Proviamo a scegliete una persona in e offriamole un po’ di conforto e di aiuto. Terzo, ‘preghiamo per la pace con il digiuno del cuore’. Non limitiamoci a guardare le notizie con distacco. Offriamo una piccola rinuncia, un gesto di penitenza per chiedere il dono della pace.
Carissimi, la Settimana Santa ci insegna che l’amore vero non è quello che parla tanto, ma quello che resta. Gesù è rimasto sulla Croce per noi. Restiamo anche noi con Lui. Chiediamo la grazia di un cuore mite, capace di tacere di fronte alle provocazioni e di agire solo per amore. Andiamo incontro a questa Pasqua non con la paura della sofferenza, ma con la certezza che dopo il silenzio del Sabato Santo, esploderà la luce della Risurrezione. La partecipazione alle celebrazioni del Triduo Pasquale non sia da spettatori, ma come chi accompagna un Amico carissimo: Giovedì santo per la Cena, Venerdì santo per la Croce e la Veglia pasquale per l’Attesa.
Buona Settimana Santa.
+ Giuseppe Pellegrini, vescovo
