Chiesa
San Francesco: dal 22 febbraio esposte le spoglie
A Padova c’è il corpo di S. Antonio. La basilica a lui dedicata è molto frequentata. Sant’Antonio è venerato come taumaturgo e tantissime persone sfiorano la sua tomba chiedendo un aiuto. Ad Assisi, dove è custodito il corpo di S. Francesco, una processione interminabile passa accanto alla sua tomba. Ma non per chiedere un miracolo. Sorge spontanea una domanda, già presente ne I Fioretti sulle labbra di frate Masseo: “Perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; perché dunque a te tutto il mondo viene dietro?”.
Nonostante siano passati otto secoli dalla sua morte, Francesco è ancora una presenza straordinariamente viva. Se ha senso preoccuparsi, e tanto in questi nostri giorni pieni di buio, perché la nostra civiltà non smarrisca la sua anima, allora cercare luce in San Francesco è indispensabile, perché in quell’anima egli ha lasciato una impronta ben lontana dall’essere esaurita.
Il fatto è che, visto con gli occhi del cuore, S, Francesco appare bellissimo, fa intuire che c’è una armonia possibile, che fa stare bene perché fa lievitare tutte le parti migliori che abbiamo dentro di noi e che trascuriamo, che afferma una viva speranza di pace, di bontà, di fratellanza, di rispetto verso tutti e verso ogni creatura. In un essere umano come noi è potuto fiorire un bene così grande che regala la vicinanza di Dio. In questo sta la risposta a frate Masseo.
A Francesco è impossibile non voler bene, perché è colmo del bene di cui abbiamo fame e sete. E come sanno bene tutti coloro che provano amore per una persona, quel sentimento porta con sé il desiderio della vicinanza. Ciò spiega perché ogni anno milioni di persone visitano la sua tomba. E questo aiuta a comprendere anche il senso dell’ostensione di ciò che rimane del suo corpo, in questo centenario della sua morte: è il dono di una particolare vicinanza. Povero corpo: persino Francesco, verso la fine della sua vita, colpito da tante sofferenze, riconobbe di averlo trattato duramente, trascinato da una passione incontenibile, l’amore per Gesù.
Del resto lo stesso S. Francesco conosceva questo desiderio di vicinanza corporale. Tre anni prima della morte, mentre la sua anima era travagliata da una tensione lacerante, chiese ad un amico di Greccio: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Voleva vedere con gli occhi del corpo: non gli bastava la costante contemplazione nella preghiera. E nel suo Testamento, scritto poco prima di morire, ricorda l’abbraccio con un lebbroso che gli regalò la dolcezza dell’abbraccio di Gesù: “Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo”.
Francesco si sentì abbracciato da Gesù, e verso Gesù rivolse tutta la sua straordinaria capacità di amare. La qualità di questa relazione di Francesco con Gesù è la chiave di volta per comprenderlo nell’intimo: chi non la tiene presente rischia continuamente di fraintenderlo. Comprendere la scelta della povertà, che aveva come significato una vicinanza anche fisica con Gesù, che nella povertà era vissuto. E per questo la povera tunica che Francesco si mise addosso aveva la forma della croce. Comprendere la scelta di restare nel grembo della Chiesa, nonostante le tante contraddizioni che la laceravano e l’indegnità di tanti membri del clero. Nel Testamento scrive: «E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri”.
Quando due anni prima della morte, sul monte della Verna, ricevette nel corpo le stimmate della sua comunione con Gesù, scrisse per frate Leone, in un frammento di pergamena, queste parole: “Il Signore ti benedica e ti custodisca. Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Volga a te il suo sguardo e ti dia pace. Il Signore benedica te, frate Leone”. Quel piccolo frammento frate Leone lo cucì al suo saio, dalla parte del cuore, e fu trovato solo alla sua morte. Auguro a tutti coloro che andranno in pellegrinaggio ad Assisi in questo ottavo centenario della morte di portare nel cuore la benedizione che è San Francesco.
Don Chino Biscontin