Morte del piccolo Domenico a Napoli. P. Tortorella (cappellano Monaldi): “È morto tra le lacrime di genitori e medici”

“È morto tra le lacrime dei genitori e dei medici che gli erano accanto. È stato un momento molto duro”. Padre Alfredo Tortorella, cappellano dell’ospedale Monaldi di Napoli, ha accompagnato la famiglia del piccolo Domenico fino all’ultimo respiro. Il bambino, due anni e mezzo, è deceduto questa mattina dopo quasi due mesi di ricovero in terapia intensiva, a seguito del trapianto di cuore fallito lo scorso 23 dicembre. Al capezzale, insieme ai genitori, anche il card. Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, che ha amministrato l’estrema unzione.

Padre Alfredo, come ha vissuto queste ultime ore accanto alla famiglia del piccolo Domenico?
Stamattina ero con la mamma del bambino dalle 7.45, al suo capezzale, perché nella notte mi era giunto il sentore che si fosse aggravato. Ho avvisato l’arcivescovo Battaglia, il quale ha procrastinato i suoi appuntamenti per venire. Nel giro di mezz’ora è arrivato dalla curia. Siamo rimasti lì tutto il tempo, fino a quando il bambino non è spirato, accanto alla madre. È entrato anche il papà ed è stato presente nel momento finale.

Una storia tragica, che ha sconvolto non solo la famiglia ma l’intero Paese.
È una triste storia, una storia brutta. La nostra Quaresima è iniziata, in realtà, con una settimana santa, una settimana di passione. Ovviamente, come credenti, siamo anche in attesa della Risurrezione, perché bisogna risorgere come azienda ospedaliera e come comunità.

In queste settimane si è parlato molto di accanimento terapeutico.
Io vivo all’interno del Monaldi tutti i giorni. Ho colto dall’esterno uno sfogo, sentenze di ogni tipo. Per chi sta dentro la prospettiva è diversa. C’è una legge del 2017 che regola questi aspetti e non si può fare eutanasia. Non si può parlare di accanimento terapeutico quando non c’è, perché non è etico né morale.

Noi, come credenti e come Chiesa, crediamo che bisogna accompagnare nel passaggio i pazienti e i moribondi. La morte è dolorosa, ma fa parte della nostra esistenza.

Bisogna prepararsi e preparare anche i parenti, i medici, gli infermieri.

La vicenda del piccolo Domenico
Domenico, un bambino italiano di circa due anni e mezzo, è deceduto questa mattina dopo un trapianto di cuore al Policlinico Monaldi di Napoli non riuscito e settimane di ricovero in terapia intensiva. L’organo donato era gravemente danneggiato, secondo quanto riferito dalle autorità, perché trasportato in modo non corretto, arrivando “bruciato” all’ospedale e compromettendo l’esito dell’intervento. Nel corso delle settimane successive un comitato di esperti aveva escluso un ulteriore trapianto a causa delle condizioni cliniche del bambino e il suo caso era diventato oggetto di dibattito pubblico e di un’inchiesta penale su possibili negligenze nella gestione dell’organo donato. Autorità civili e sanitarie hanno espresso cordoglio e promesso sostegno alla famiglia.

È stata una settimana dura per tutto il personale sanitario?
Il Monaldi è sempre stato un ospedale di eccellenza dal punto di vista scientifico, ma lo è anche dal punto di vista etico e umano. Lo dico perché vivo con queste persone. Si parla di comunità ospedaliera: è veramente una comunità. Un po’ come dice san Paolo: se un membro soffre, tutte le membra soffrono. Mi sono ritrovato a incoraggiare alcuni infermieri scoppiati in lacrime. Ho detto loro: “Tu hai fatto tutto quello che potevi fare, non potevi fare di più”.

(Foto ANSA/SIR)

La mamma di Domenico, Patrizia, ha mostrato una forza e una dignità straordinarie.
Patrizia è una donna molto forte. Ha ripetuto più volte: “Voglio che mio figlio non sia dimenticato”. Stamattina, prima che arrivasse l’arcivescovo, le ho detto: “Noi non ci dimenticheremo di Domenico, ma non ci dimenticheremo neanche di te, perché hai dato un esempio di forza, di fortezza e di maternità. Tu sei mamma al cento per cento”.

Lei e suo marito non hanno mai avuto l’ardire di polemizzare. Sono stati sempre di una grande dignità, anche perché i medici che oggi vengono messi in discussione sono gli stessi che in precedenza l’avevano salvato.

C’è un senso di giustizia in questa famiglia?
Patrizia e Antonio sono persone giuste, che sanno realmente come sono andate le cose. Purtroppo gli errori ci sono, noi commettiamo errori. Molti di questi, a volte, sono fatali. E ne paghiamo lo scotto tutti quanti. Ma c’è un iter terapeutico e medico portato avanti in due anni e mezzo. Tutto questo va riconosciuto.

Come può la comunità ospedaliera e la Chiesa accompagnare questa famiglia nel tempo che viene?
Bisogna risorgere. Come comunità, come Chiesa. La testimonianza di questa madre, il suo desiderio che Domenico non venga dimenticato, è già un seme di speranza. Noi continueremo a stare accanto a questa famiglia, come abbiamo fatto in questi due mesi. È il nostro ministero di Camilliani: stare al fianco dei sofferenti. E in questo momento la sofferenza è grande, ma lo è anche la grazia.

RB