Commento al Vangelo
Domenica 8 febbraio, commento di don Renato De Zan
Mt 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Voi siete il sale della terra e la luce del mondo
Il Testo
1. Il testo della formula evangelica è esegeticamente ben delimitato. Al testo originale la Liturgia aggiunge una frase intera: “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli” per chiarire chi sia il mittente e chi il destinatario. Questa aggiunta ci sta a dire che per la Liturgia le parole di Gesù sono indirizzate ai cristiani (=discepoli), mentre in origine il discorso della Montagna, di cui fa parte Mt 5,13-16, era rivolto ai discepoli e alla folla (cfr. Mt 5,1-2: “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…”).
2. Il testo evangelico è scandito dalla ripetizione di una espressione “Voi siete…” (Mt 5,13.14), che suddivide il testo in due momenti: Mt 5,13 (l’identificazione dei discepoli con il sale) e Mt 5,14-15 (identificazione dei discepoli con la luce). Mt 5,16 è un’esortazione, una specie di applicazione associata alla seconda identificazione.
L’Esegesi
1. Rabbi Jehosua Ben Chanania, morto verso il 140 d.C., venne interpellato dai suoi discepoli con questa domanda: “Se il sale diventa insipido, con che lo si salerà?”. Immediatamente il rabbino rispose: “Con la placenta di una mula”. Al che i suoi interlocutori obiettarono: “La mula non è sterile?”. E il rabbino rispose con una seconda domanda: “E il sale può diventare insipido?”. Questo documento, che è un testo ironico, dimostra la storicità del detto di Gesù e dimostra anche che dopo la distruzione di Gerusalemme e la piena presa di potere dei Romani, non c’era più il sale grezzo come al tempo di Gesù.
2. Il sale di cui parlava Gesù non era ben raffinato come il nostro, ma presentava numerose impurità e scorie. Si trattava di placche di salgemma ricche anche di cloruri e di fosfati. Quando per vari fattori il sale si scioglieva, rimanevano solo le impurità e le scorie, che venivano puntualmente gettate via insieme ad altre immondizie. In altre parole, se il sale serve a salare il cibo e anche a conservarlo, diventa chiaro che il credente è colui che offre agli altri un senso profondo dell’esistenza attraverso la sua testimonianza.
3. Nel vangelo di Giovanni, Gesù si premura di dare al discepolo la misura e il modello. Il Maestro, infatti, dice: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Il discepolo, dunque, per essere luce, non deve far altro che imitare il Maestro. Gesù è la luce e il discepolo diventa a sua volta luce se “segue” il Maestro.
4. Chi non accoglie questa proposta di Gesù non ha in sé il “sapore di Cristo” e neppure la “luce di Cristo”. Non ha niente di specifico che lo qualifichi e che lo possa rapportare agli altri come “euanghèlion” (buona/bella notizia/novità) vivente. È uno che si dice cristiano, ma non è il discepolo che Gesù voleva. Gli uomini non possono, di fronte a un cristiano insipido e spento, rendere gloria al Padre. Non possono, cioè, prendere atto che nella realtà c’è una realtà nuova, un modo nuovo di vivere.
5. Il testo evangelico vuole illustrare come la fede del cristiano non può essere un sentimento, un qualche cosa che funziona ad intermittenza (ora si manifesta, ora non si manifesta) e neppure una morale. La fede è quel legame profondo tra discepolo e Maestro che fa vivere il discepolo nell’imitazione di Gesù in ogni ambito della vita e in ogni momento. Non si identifica con l’accoglienza del Mistero (che è una conseguenza della fede) né con il comportamento morale corretto (che è un’altra conseguenza della fede) e neppure con le informazioni teologiche (che accompagnano la fede), ma si tratta della convinzione più profonda e radicale dell’uomo che permea tutta la sua mentalità (sia nelle riflessioni, sia nelle decisioni, sia nelle azioni).
Il Contesto celebrativo
1. Il testo di Is 58,7-10 presenta l’ideale del credente ebreo subito dopo l’esilio di Babilonia. Se da una parte la scuola teologica sacerdotale dava molta importanza al culto e alle sue regole, dall’altra la voce dei profeti richiamava a un atteggiamento di attenzione verso il bisognoso: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, vestire uno che vedi nudo (senza trascurare i tuoi parenti), ecc. La sorte del credente allora è così tratteggiata: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora…allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.
2. La Colletta generale ha una sua genericità che la rende idonea a qualunque domenica. Più precisa la Colletta propria. Mentre nel vangelo Gesù chiede al singolo credente di essere sale e luce, l’eucologia chiede nella petizione al Padre che tutta la Chiesa sia sale e luce: “Dona alla tua Chiesa di essere luce del mondo e sale della terra”.