Groenlandia: desiderata terra altrui

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Si dice che l’appetito vien mangiando e nel caso degli Usa parrebbe proprio così. Il motto trumpiamo “Maga” (Make America Great Again, ovvero Facciamo l’America di nuovo grande), che evidentemente non avevamo ben compreso al suo pronunciamento intendendolo come un ritirarsi dalle scene internazionali al fine di concentrarsi sugli interessi nazionali, viene ora declinato come un interventismo inaspettato. Con ferma decisione il presidente americano ha portato gli Usa ad agire contro l’Iran (bombardando siti nucleari il 22 giugno 2025), il Venezuela (con l’arresto del presidente Maduro), a minacciare un secondo intervento nel paese di Khamenei (che ha trasformato le proteste sorte per questioni economiche in un bagno di sangue per migliaia di manifestanti), mandare frecciate all’Ucraina di Zelensky e fare pesanti avances alla Groenlandia.

Non è la prima volta che l’isola più grande della terra è desiderata dagli Usa. Nel 1868, sotto la presidenza di Andrew Jonhson, il Segretario di Stato statunitense William H. Seward manifestò l’interesse per l’acquisto di Groenlandia e Islanda dalla Danimarca per 5,5 milioni di dollari in oro. Il motivo non era diverso dall’odierno: ragioni strategiche, data la posizione dell’isola. L’affare non andò in porto.

Un secondo tentativo fu fatto nel 1910, quando l’ambasciatore statunitense in Danimarca suggerì al presidente Washington uno scambio di terre: ai danesi sarebbe andata l’isola americana di Mindanao (nelle Filippine) e agli Usa la Groenlandia e le Indie Occidentali danesi. Non funzionò, ma a dicembre 1916 il presidente Usa Wilson comprò le Indie Occidentali danesi (oggi le Isole Vergini americane) per 25 milioni di dollari oro.

Terzo tentativo nel 1946: il presidente Truman cercò l’acquisto della Groenlandia offrendo ai danesi 100 milioni di dollari in lingotti d’oro. La Danimarca rifiutò. Truman era mosso dalla ragione di sempre: questioni strategiche, tanto più forti allora, quando la seconda guerra mondiale era appena finita e si schiudeva il periodo ad alta tensione della Guerra fredda.

Il quarto e il quinto tentativo portano la firma Trump: nel 2019 nei giorni della sua prima presidenza e in questi nostri, scenario di grandi manovre: dagli incontri a Washington tra i governanti di Usa, Danimarca e Groenlandia stessa ai dazi contro i paesi europei che vi hanno mandato contingenti (anche se simbolici). Trump motiva l’assoluta necessità d’acquisto con ragioni di sicurezza nazionale, ma i Groenlandesi si dichiarano pro Danimarca, mentre quest’ultima sostiene che l’isola non è in vendita.

La Groenlandia ha una lunga storia di conquista: prima fu terra dei vichinghi, poi della Corona di Norvegia, infine della Danimarca (da 1814). Dal 1979 gode dell’autogoverno e dal 2008 (grazie ad un referendum) sono del governo locale le competenze in ambito legislativo (ha un parlamento di 31 rappresentanti eletti dal popolo), giudiziario e la gestione delle risorse naturali; alla Danimarca resta il controllo su politica estera, difesa militare e finanze (i danesi versano un sussidio annuale all’isola pari al 30% del Pil groenlandese).

La sua dannazione è l’essere bella e inospitale quanto potenzialmente ricca: sotto i ghiacci che la ricoprono per quattro quinti (solo 410mila i km quadrati abitabili su una superficie di oltre 2milioni di km quadrati) si trovano giacimenti di petrolio, di gas – attualmente non sfruttati per questioni ambientali – e materie prime preziose, oggi più di ieri, tra cui rame e litio indispensabili per le batterie delle auto elettriche.

Nello stallo diplomatico attuale l’Europa, dopo aver irritato Trump per l’invio di contingenti sull’isola, sta meditando una risposta commerciale.

Se da una parte è pur vero che nella storia degli Usa non mancano territori acquisiti per compravendita (come la Louisiana dalla Francia nel 1803 e l’Alaska dalla Russia nel 1867), è altrettanto vero che – come ha dichiarato Trump – Cina e soprattutto Russia non stanno a guardare. Risultano molto allettanti le risorse da estrarre quanto le rotte artiche che il cambiamento climatico rende più agibili, rimpicciolendo i ghiacci e quindi i tempi dei viaggi delle navi.

Quando il presidente Usa Jefferson comperò la Louisiana francese l’opposizione protestò, ritenendo la compravendita di territori anti costituzionale. Era il 1803, Napoleone esportava guerre e libertà, le popolazioni imparavano il concetto dei diritti dei popoli e delle nazioni. Non sono valori che oggi sembrano prevalere: sarebbe bello essere smentiti.