Chiesa
25 gennaio, Domenica della Parola
Domenica della Parola. Don Gabriele Vecchione: “La vita interiore ha sempre qualcosa di inattuale”
20 Gennaio 2026Roberta Pumpo
Nel contesto della VII Domenica della Parola di Dio, don Gabriele Vecchione riflette sulla necessità di riscoprire la vita interiore, fatta di silenzio e preghiera, per accogliere la Sacra Scrittura. Lancia un appello a rendere le omelie più comprensibili e radicate nella vita quotidiana, soprattutto per le giovani generazioni
In giornate scandite dal continuo squillo delle notifiche e da dita che scorrono veloci sugli schermi, anche il tempo da dedicare alla Parola di Dio rischia di essere inghiottito tra “like” e “spunte blu”. In un contesto così parcellizzato e provvisorio, il tema “La parola di Cristo abiti tra voi”, scelto dal Dicastero per l’Evangelizzazione per celebrare la VII Domenica della Parola di Dio il 25 gennaio, si impone come un interrogativo: è ancora possibile dare alla Sacra Scrittura uno spazio stabile nella vita quotidiana?
Don Gabriele Vecchione, vice direttore dell’Ufficio per la pastorale universitaria della diocesi di Roma e cappellano della cappellania dell’università Sapienza, ritiene che per maturare nella spiritualità è importante “avere una vita interiore che non vada al ritmo della vita esteriore, che oggi è frammentarietà, è multitasking, è abitare due posti contemporaneamente. La vita interiore, al contrario, ha sempre qualcosa di ‘inattuale’. Essa si nutre di silenzio, di solitudine”. Una prospettiva di vita che può sembrare anacronistica ma che in una società iperconnessa necessita di essere riscoperta. Per ritrovare l’intimità del dialogo “tu per tu” con il Padre, diventa quindi imperativo insegnare ai giovani “l’arte della preghiera – riflette don Gabriele –. Va spiegato loro che possono certamente pregare in tutte le circostanze, ma è sempre preferibile farlo in un luogo dedicato e in un tempo privo di distrazioni” in cui la Parola possa davvero sedimentare.
A pochi giorni dall’81° anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, don Vecchione pensa a Etty Hillesum, ebrea olandese morta a 29 anni nel campo di concentramento il 30 novembre 1943. Leggendo le pagine dei suoi diari, osserva il sacerdote, “colpisce come, persino nel caos e nella catastrofe del campo di sterminio, ella custodisse uno spazio interiore abitato”.
Don Gabriele si sofferma poi su una questione ben più profonda che trascende sia il luogo sia il tempo, vale a dire la dilagante carenza culturale. “Oggi – afferma – la Parola di Dio patisce ignoranza anche da parte dei fedeli cattolici. Siamo in un’epoca in cui il sapere è estremamente specializzato: ci sono validi professionisti, ricercatori, che però in tema biblico sanno poco o niente. Non capisco come possa diventare un tema di dialogo con chi non condivide la fede cristiana, quando anche chi ha fede cristiana generalmente non ne sa granché”. Il problema di fondo, secondo il vice direttore della pastorale universitaria, affonda le radici nel modo in cui viene trasmessa la fede alle giovani generazioni. “C’è un grande cerebralismo nell’iniziazione cristiana – rimarca –. Si trasmettono nozioni che però non scendono nel cuore e dunque non rimangono effettivamente, non diventano operative nella fede dei credenti”.
Questo apre il campo a una grande richiesta da parte dei fedeli. Don Gabriele ha infatti constatato che “oggi c’è fame di omelie. Le persone desiderano comprendere, vogliono capire il logos della Parola di Dio, la comprensibilità, il discorso che è la Parola di Dio e l’attualizzazione nella loro esistenza concreta. Purtroppo le omelie patiscono un tasso di astrazione molto alto, con pochi esempi concreti”. Nel suo ministero sacerdotale, don Vecchione è sempre stato a contatto con i giovani e questo gli ha permesso di comprendere che “vanno introdotti all’accostamento con la Parola di Dio. Un accostamento brutale può sfociare nel letteralismo biblico. Alcuni passi delle Sacre Scritture sono duri, usano un linguaggio o un genere letterario che non è di immediata comprensione”. L’unica soluzione è quella di spiegare. “Quando faccio esegesi di alcuni passaggi – sottolinea il cappellano della Sapienza – i ragazzi generalmente sono molto contenti. Chiedono comprensibilità razionale, e poi che sia una Parola che parli anche al mondo interiore, al mondo emotivo”.
Perché ciò che i giovani vogliono comprendere e scoprire nella Parola è “cosa mi cambia concretamente nella vita? La Parola di Cristo dà un senso alla morte, mi fa sentire meno solo, mi dà luce per discernere, per prendere le scelte fondamentali”.
Roberta Pumpo